Il ritmo nel cinema

Nelle ultime settimane ho avuto modo di vedere un paio di titoli al cinema che mi hanno spinto a una riflessione su quanto sia difficile raccontare una storia in quelle due ore scarse che rappresentano la lunghezza media di un lungometraggio cinematografico. Entrambi, per ragioni e motivazioni opposte, hanno finito per non soddisfarmi, e hanno evidenziato dei difetti strutturali nel tessuto narrativo che hanno poi pesato nello sviluppo della pellicola.

Il più colpevole dei due è il buon vecchio Woody Allen, che con Café Society prova a regalarci un (ennesimo) ricordo degli anni Trenta, divisi non solo tra le due coste americane, ma anche tra lo star system hollywoodiano e le gang newyorchesi. Allen ha ottant’anni e continua a girare come se non ci fosse un domani, il problema è che questo ritmo forsennato si ripercuote sulla qualità delle sue ultime opere, alcune delle quali (penso a To Rome with Love) non superano neanche più la soglia della decenza. Café Society non rientra in questa lista infame, ma ha il difetto visibile di accatastare personaggi e soprattutto eventi con una facilità e disinvoltura che non ti attenderesti da un film di 96 minuti. Succedono tante, troppe cose, e passano in fretta, in sordina, senza colpo ferire. La pellicola si sviluppa con numerosi salti logistici e temporali, i personaggi si ritrovano nella scena precedente affranti per la tensione romantica, in quella successiva felicemente sposati e ben introdotti in chiacchiere mondane. L’effetto è straniante, si perde del tutto lo sviluppo del carattere dei personaggi, lo spettatore viene catapultato attraverso una serie di accadimenti così serrata da faticare a metabolizzare i precedenti, e a dar loro il giusto peso. Se tutto è importante, nulla è importante. Café Society è un film che non annoia, ma che passa davanti agli occhi come una carrellata che non lascia nulla nella memoria.

Anche Genius, film diretto da Michael Grandage, pesca negli Anni Trenta, ma lo fa perché tratto da un libro biografico su Max Perkins, uno dei più grandi editor letterari della storia. I vincoli narrativi sono dunque dettati dal testo originale, pertanto più giustificabili, ma non per questo riescono a distogliere lo sguardo dai problemi della pellicola, che sono opposti rispetto al film di Allen. In Genius ci sono pochi, pochissimi eventi, il ritmo è assai blando e si soffre, da un certo punto capisco l’imbarazzo del regista. Quest’opera palesa tutti i limiti nel trattare la letteratura sul grande schermo, soprattutto se legata ad aspetti molto tecnici e da “addetti ai lavori”. Qual è il posto migliore per comprendere il rapporto tra Perkins e Thomas Wolfe se non sulle pagine di un libro? Cogliere il lavoro di affinamento dei romanzi attraverso le diverse stesure, assaporare il conflitto tra l’autore geloso delle proprie parole e l’editor a cui interessa confezionare un prodotto fruibile per il grande pubblico. Nella trasposizione in film cosa ci resta di questo? Perkins che taglia, Wolfe che impreca. Non tutte le opere sono fatte per essere declinate su ogni medium. Grandage si sente quasi in colpa di aver svuotato l’opera originale di significato da cercare di riempirla con l’inserimento di personaggi d’effetto, anche se irrilevanti per la trama come Fitzgerald e Hemingway. Si perde molto, se non tutto, e non bastano due ottimi attori come Colin Firth e Jude Law a recuperarlo. La recitazione sopra le righe di Law riesce a riempire la prima parte del film, ma inevitabilmente si perde nel prosieguo, dato che l’eccesso prolungato finisce col risultare quasi parodistico. Firth, complice il focus che dovrebbe essere proprio sul suo personaggio, ha una riuscita migliore nel rendere la grande posatezza e discrezione di quest’uomo che non toglieva mai il cappello, e che in fondo vive un dissidio interiore rispetto alla responsabilità che detiene nei confronti della storia della letteratura, ma in gran finale non arriviamo realmente a capire il motivo di questa grande amicizia tra i due. Lo intuiamo, gli opposti che si attraggono e si sostengono, ma non lo facciamo nostro. Genius porta con i se gli evidenti segni di un film non necessario, destinato ad annoiare lo spettatore casuale e a non soddisfare l’addetto ai lavori.

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