La politica dei tifosi

Da quanto tempo, in Italia, si fa il tifo per un partito o un movimento politico? Non confondete questa mia provocazione con una critica alla partecipazione dei cittadini al dibattito pubblico, che ritengo essere sempre un valore, come cantava Giorgio Gaber.

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Non apprezzo difatti le scarse affluenze elettorali tipiche dei paesi anglosassoni, l’accettazione passiva, a volte persino conscia, dell’elitismo strisciante che legittima un sistema dove l’1% della popolazione possiede il 99% della ricchezza globale.

Dalle nostre parti, invece, l’attività politica è stata quasi sempre sostenuta dalla passione. Nel secolo scorso la passione politica era un veicolo per l’ideologia. Gli attivisti si avvicinavano ad una visione del mondo descritta dall’ideologia di turno, e l’abbracciavano. Abbracciare un’ideologia si traduceva in un senso d’appartenenza molto forte, e in un complessiva distanza (quando andava bene) e odio (quando andava male) delle idee politiche differenti. Nel Novecento, in sintesi, l’ideologia politica è stata declinata con orgoglio, partecipazione e forte contrapposizione, che nei casi più estremi (leggi Ventennio e Anni Settanta) è sfociata nel sangue.

La fine della Prima Repubblica è stata uno spartiacque, la versione casereccia della conclusione del secolo breve e l’avvio del periodo post-ideologico. L’idea politica passa dunque in secondo piano, il dibattito si svilisce a un mero referendum, a favore o contro Silvio Berlusconi. E’ l’epoca del partito personalistico, la facciata è quel che si guarda, poco importa se dietro al leader si compiono operazioni non troppo dissimili (quanto è stata “di sinistra” la privatizzazione di Telecom Italia da parte del governo Prodi?). E la passione sfocia nel tifo, quello da stadio. Proprio come i tifosi, i simpatizzanti dello schieramento puntano il dito sulle nefandezze degli avversari, fingendo di non vedere quelle che avvengono al proprio interno. Per loro conta solo vincere, non importa come.

Deposto Berlusconi, sono cambiati gli attori, non l’atteggiamento. Oggi ci sono Renzi e Grillo, o meglio: renziani contro grillini. La tecnologia ha spostato il clamore di questo tifo da stadio sul teatro virtuale dei social media, dove la tastiera e il monitor esacerbano i toni verbali del confronto. I renziani prendono di mira le bufale distribuite dal network di siti della Casaleggio & Associati tacendo delle proprie, lo stesso fanno i grillini che rivendicano l’onestà come valore fondante dimenticandosi i numerosi scheletri che giacciono nel loro armadio. Qual è la vera differenza, se non il colore della sciarpa del tifoso? Credono ciecamente nel loro leader, parlano la stessa lingua, ma non se ne rendono conto, accecati dalla foga del tifo. Di idee a lungo termine non se ne trovano più neanche con il lanternino, si naviga a vista sul caso del giorno, sbandierando slogan e ricette semplificate, immersi in un bel bagno di storytelling e populismo.

Conta solo vincere, non importa come.

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