Captain Fantastic

Quanto è importante l’educazione dei figli e quanto è, al tempo stesso, sottovalutata nella vita di tutti i giorni? Pensateci bene, superficialmente ogni genitore appare molto attento a trasmettere dei buoni comportamenti ai propri pargoli: ci tiene, gli sta dietro, corregge quando necessario, fa di tutto affinché il giovane, al netto del carattere su cui non può incidere poi molto, s’inserisca e si relazioni nel mondo che lo circonda nella maniera che egli ritiene più opportuna. Quasi sempre è così, tralasciando i casi di conclamata negligenza genitoriale. Eppure i risultati che abbiamo sott’occhio non lo farebbero pensare. Ci sono in giro moltissimi “maleducati”, sebbene questo giudizio sia giocoforza filtrato dalla nostra, di educazione. Il senso è che ciascuno di noi è portatore ed erede di un bagaglio culturale ed esperenziale non immune da storture, difetti e dalla necessità di adattarsi al mondo reale.

La lunga premessa mi serve a introdurre il nuovo film diretto da Matt Ross, Captain Fantastic, che tratta proprio questo tema, ovviamente esacerbando le situazioni e i caratteri. Ben Cash è un padre fuori dagli schemi, e che non esiteremmo a definire hippie: non lavora, vive con i sei figli in mezzo ad un bosco sperduto nello Stato di Washington, è il loro mentore, li allena fisicamente e culturalmente secondo le sue idee anti-sistema. I figli, tre maschi e tre femmine, hanno età variabili tra gli otto e i diciassette anni, hanno una profonda conoscenza teorica, ma non hanno mai vissuto in ambito civile e moderno.

Il classico “punto di rottura” avviene con il suicidio della madre, già da tempo ricoverata in clinica per disturbi bipolari. I ragazzi ne restano ovviamente sconvolti, e nonostante Ben provi a mantenere la routine inalterata, essi premono per andare al funerale. Con il rientro nel “mondo occidentale”, oltre ai forti attriti con il suocero, l’uomo dovrà rimettere in discussione tutti i suoi paradigmi educativi.

Captain Fantastic è un film piuttosto godibile che alterna momenti toccanti e drammatici, ad altri più leggeri e giocati sia sul dibattito interno tra i ragazzi, sia sul loro confronto con il mondo capitalistico, che genera un mix divertente di stupore e inquietudine: da segnare sono le scene girate a casa degli zii. Viggo Mortensen offre una performance piena e convincente, quella di un uomo che è quasi ottuso nelle sue convinzioni granitiche, al punto da aver causato sofferenze e disagi alla sua stessa famiglia (l’irrisolto e consolatorio “dialogo” sognato con la moglie, da cui deriva il titolo), che si apre pian piano al dissidio interiore di chi ha capito di aver sbagliato. Quanti genitori, nel mondo reale, lo capiscono?

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