Westworld, fantascienza classica reloaded

Ho visto, in lieve differita rispetto a chi ha seguito gli episodi rilasciati da Sky con una settimana di ritardo rispetto gli States, la prima stagione di Westworld. Diamo tutti per scontato che ce ne sia una seconda, come annunciato dalla HBO che la produce:

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Non si sa però quando verrà trasmessa (pare non prima del 2018) e con quale cast/trama. In questo post non farò spoiler, ma il finale di stagione possiede comunque tutta una sua coerenza per non riaprire più il discorso, o per riaprirlo in tutt’altro contesto.

Perché è piaciuto molto Westworld (anche a me, per dire)? Innanzitutto perché è una serie TV di qualità, di quelle che vanno per la maggiore in quest’epoca. La presenza di Jonathan Nolan come ideatore e sceneggiatore e di Anthony Hopkins tra i protagonisti non poteva che far sperare bene, e dopo aver visto tutti i dieci episodi posso confermare di non essere stato deluso.

Westworld è stato molto amato perché “pesca” molti dei suoi temi principali e del suo immaginario dalla fantascienza classica, e Dio solo sa quanto ci mancasse, questo aspetto. Faccio due nomi: Isaac Asimov (ecco una lista di suoi titoli) e Philip K. Dick (idem come sopra). Qualche purista storcerà la bocca a leggere Dick nella stessa frase con “fantascienza classica”, ma i tempi sono cambiati, il cyberpunk non è più il nipote ribelle e rinnegato, è stato assimilato. Ora i temi alternativi sono evoluti, e tutti molto vicini alla realtà dei giorni nostri: la privacymemoria e oblio nell’era digitale, e tanti altri. Sono temi importanti, ma che ci mettono un po’ a disagio perché ci ricordano troppo la realtà che ci circonda: ecco perché quando li trasmettono, come accade per il famoso Black Mirror, non li vediamo, e se li vediamo restiamo inquietati. Black Mirror ci spaventa perché siamo noi, o come potremmo diventare. Black Mirror ci obbliga ad affrontare noi stessi, e a desiderare di cambiare, per non diventare quel che Charlie Brooker ambiguamente predice.

Westworld è invece intrattenimento rassicurante, perché tratta di noi ma lo nasconde dietro ai robot (i cosiddetti “residenti”) di un enorme parco tematico ambientato nel Far West, che iniziano a manifestare problemi quando diventano troppo simili a noi, perché in grado di ricordare. Nolan recupera un film-cult di Michael Crichton ma da molto più spazio all’aspetto “umano” dei residenti, che nel titolo originale si ribellavano a seguito di generici malfunzionamenti.

Dolores, Maeve e Teddy prendono coscienza di sé puntata dopo puntata, in un processo lento e molto doloroso. In Westworld gran parte delle storie sono giocate sull’ambiguità dell’identità (chi sono io? chi sei tu? come si distingue un ospite da un residente?) che fa molto Dick (ma anche Pinocchio o Video Girl Ai), non solo quello da cui è tratto Blade Runner, e sul rapporto di sudditanza univoca tra ospiti e residenti, molto aderente alle tre leggi della robotica di Asimov. Lo spettatore è quasi costretto a “parteggiare” per i robot, gli umani mostrano il loro lato peggiore (d’altronde è una delle virtù di Westworld, portarti a esibire chi realmente sei), sono competitivi, narcisisti, hanno deliri di onnipotenza, nel caso di Ford e dell’Uomo in Nero (un magistrale Ed Harris) sembra quasi che spingersi verso i confini estremi del potere sia una loro implicita richiesta di essere fermati.

Sicuri che sia così rassicurante?

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