Jonathan Safran Foer: diventare uomo 1

Non avevo mai letto nulla di Jonathan Safran Foer, e il suo status di superstar del mondo letterario americano me lo rendeva inviso per degli automatismi interni con cui convivo da sempre. Dopo aver vissuto un’esperienza simile con Jonathan Franzen, comunque, non ero così pessimista sul nostro incontro, tra le pagine della sua ultima fatica.

Eccomi ha rappresentato un’esperienza di lettura avvolgente e ricca di empatia, come non ti aspetteresti dall’ennesimo libro sulla comunità ebrea scritto da un autore ebreo. Come ha fatto a ottenere questo risultato, a superare cioè i confini d’interesse generati da una storica autoreferenzialità culturale? Semplice, JSF ha scritto un romanzo sulla formazione, che è abbastanza diverso da un romanzo di formazione nella misura in cui l’oggetto non è tanto (o solo) la maturazione di uno o più dei suoi protagonisti, quanto lo scoprire cosa significhi, de facto, diventare un uomo.

Se lo chiede Sam, primogenito tredicenne in procinto di avere il suo bar mitzvah, il rito d’iniziazione ebraica per eccellenza; se lo chiede anche suo padre Jacob, da tempo in crisi coniugale con la moglie Julia, un quarantenne che non ha avuto, e in molti casi ha realmente rifuggito, i dolori e le esperienze di vita che uno si aspetterebbe da un uomo della sua età. Se lo chiedono, in fondo, tutti i personaggi di questa saga famigliare ebraica, alle prese con l’eterna, e spesso incolmabile, distanza tra ciò che sono e ciò che vorrebbero (o avrebbero voluto essere).

Eccomi è un romanzo che riflette su temi universali e con cui l’autore mette il dito nella piaga in alcune vicende critiche della storia ebraica, come il rapporto tra gli ebrei americani e la loro terra d’origine, esacerbato da un semplice pretesto narrativo, un terremoto e la prossima (e presunta) fine dello stato d’Israele.

Eccomi è un romanzo estremamente ebraico, che vuol dire essere patriarcale fino al midollo. Il ruolo di Julia nella trama è importante, come ogni donna è lei a dare una svolta verso la dissoluzione matrimoniale, ma non è comunque centrale perché è un personaggio caratterialmente fatto e finito. La centralità narrativa di Jacob, e in fondo di ogni maschio della famiglia Bloch, è giustificata dall’essere un uomo senza esserlo mai diventato. E uno dei fatti apparentemente più perimetrali negli avvenimenti drammatici che segnano un arco temporale abbastanza ridotto (poche settimane o giù di lì) è la vera cartina di tornasole scelta da JSF per rendere il lettore consapevole, alla fine, di quando la maturazione prende forma.

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