La La Land, restituire il sogno del cinema

Due indizi fanno una prova, pertanto posso ufficialmente affermare di essere guarito dalla sindrome del pregiudizio negativo, quella patologia che m’impediva, quasi fisicamente, di avvicinarmi ad un’opera (filmica, letteraria, teatrale) che in quel periodo fosse sulla bocca di tutti. Ero uno snob controcorrente, non lo sono più, ma si cresce.

Oltretutto l’ho fatto con un genere che non mi ha mai particolarmente appassionato (eufemismo: non l’ho mai digerito), ovvero il musical, e con un lungometraggio che probabilmente farà incetta di premi Oscar, un’istituzione che ho sempre contestato nella sua struttura dichiaratamente lobbystica e autoreferenziale, che spesso e volentieri ha prodotto delle gravissime iniquità (Nicholas Cage ha vinto un premio Oscar, Cary Grant no, se non riparatore alla carriera).

Ma veniamo al dunque: La La Land è un film che ha generato molti pareri contrastanti, un fenomeno comune per le pellicole non soltanto popolari, ma che si prestano a molteplici interpretazioni. In realtà, sarebbe facile definire La La Land come un musical classico, di quelli come ne facevano negli Anni Cinquanta, quelli con protagonista Gene Kelly, quelli dove la sospensione dell’incredulità era doverosa e facilità da una spontanea ingenuità tutt’altro che sporcata dalle guerre vissute sulla propria pelle e non in televisione. Sarebbe facile, anche perché Damien Chazelle ha infarcito la sua opera di citazioni che pescano in tale immaginario in maniera disinvolta. Sarebbe facile, perché la coreografia d’apertura ha le stigmate dell’instant classic, e di colpi di classe il regista di Whiplash ce ne ha riservati parecchi. Sarebbe facile, perché la trama che regge il film è semplice, non originale, come si conviene ai musical classici, quelli con le sceneggiature che dovevano soltanto giustificare una sequela di canzoni cantate in mezzo alla strada o tra gli ingranaggi di una fabbrica.

La La Land, però, non è soltanto questo. La scelta di essersi affidato a due ottimi attori protagonisti, che incidentalmente non sono dei professionisti dei musical e che palesano evidenti limiti nel canto e nel ballo è evidentemente un desiderio del regista, che coglie i suoi frutti nella seconda parte del film, quando il susseguirsi delle stagioni incontra una fase più intimistica e meno cantata, quando la crisi del sogno è impersonata dal compromesso, musicale e personale, vissuto da Sebastian e Mia. Il compromesso è nemico della passione, ed è proprio in questa fase in cui emergono le doti recitative di Ryan Gosling ed Emma Stone, il chiaroscuro di chi ha perso ingenuità e verginità, il tratto in cui Chazelle segna il distacco dalla tradizione hollywoodiana del genere, e in cui legittima di non aver semplicemente realizzato un pastiche revivalista e citazionista.

La La Land ci offre la speranza di un cinema ancora legato al sogno, alla fabula, a una cifra stilistica che celebra la nostalgia rielaborandola libera dal giogo del remake o del reboot. Ed è un dono importante, che noi cinefili apprezziamo.

Leave a Reply