Il ladro di libri

Quello delle graphic novel è un mondo che scorre parallelo rispetto all’universo editoriale dei libri, è un movimento culturale che ha faticato molto (forse troppo, e dovremmo chiederci perché) a distinguersi dal fumetto commerciale, a costruirsi una propria dignità e un riconoscimento autoriale. E’ encomiabile il lavoro svolto in Italia da editori come Tunuè, BAO, Becco Giallo e Coconino Press, che ha pubblicato l’opera di cui vi parlo in questo post, “Il ladro di libri”.

Si tratta di un volume auto-conclusivo realizzato a quattro mani da Alessandro Tota (testi) e Pierre Van Hove (disegni). Ambientato nella Parigi anni Cinquanta, scenario ideale per una vivace contrapposizione tra l’establishment culturale, all’epoca rappresentato da Sartre e discepoli, e i movimenti giovanili di protesta e provocazione, il fumetto narra le avventure di Daniel Grodin, un giovane studente universitario con la passione per la scrittura e per la fama, la sua vera ossessione. Egli la rincorre in tutti i modi più disperati, flirtando sia con i vecchi soloni, alla continua e acritica ricerca di una novità sulla scena culturale, sia con i giovani provocatori, che ne apprezzano lo spirito “ladresco”. Egli, infatti, è solito rubare testi nelle librerie.

La storia è pervasa da una non troppo sottile ironia, sia verso il protagonista (un mediocre vanaglorioso), sia verso il mondo culturale francese (e non solo), così vacuo e ondivago nel riconoscere il talento e nell’innamorarsi delle mode. Il tratto di Van Hove è tondeggiante, espressivo e piacevole, e trasmette il taglio cinematografico della storia.

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