Il popolo di legno

E’ strano scrivere di un libro di Emanuele Trevi che non sia legato, in qualche modo, a Roma. Eppure nell’universo immaginato (ma fino a quanto?) ne Il popolo di legno, la Capitale rappresenta soltanto un riferimento lontano, citato distrattamente un paio di volte. Il focus dello scrittore-critico è la Calabria, una regione misteriosa e di difficile interpretazione, per chiunque non sia calabrese.

Ci avete mai fatto caso? Aldilà del bel mare e della nduja, cosa conoscete della Calabria? Poco e niente, di un popolo così chiuso in se stesso, un popolo di legno, appunto, accomunato al protagonista collodiano nel suo approccio autoassolutorio e rassegnato all’ineluttabilità del destino. E’ per questo motivo che la predica che il Topo, protagonista del romanzo, somministra settimanalmente sulle frequenze di Tele Radio Sirena, trova così tanto successo e seguaci. Tutti si ritrovano nelle vicende di Pinocchio il calabrese, un’interpretazione allegorica delle celebre fiaba, dove la excusatio morale è rovesciata, Lucignolo e Mangiafuoco sono personaggi positivi, la Fata Turchina e il Grillo Parlante sono negativi.

Il Topo è supportato e sostenuto dall’amico di sempre, il Delinquente, un personaggio più ambiguo nella sessualità di quanto non lo sia nella moralità. Erede di un noto clan della ‘ndrangheta, il Delinquente presenta il Topo agli studi televisivi, concede i favori della telecamera a chi non aveva mai parlato in pubblico. Il Delinquente è ossessionato dall’aspetto mediatico, dalle luci della ribalta, dalla fama, il Topo è soltanto ossessionato dalla storia di Pinocchio, e da un’interpretazione buonista che egli considera traviante. Quella che per tutti è una specie di redenzione finale, la trasformazione da burattino in bambino, per lui è solo una condanna, è alla stessa stregua di come il “mondo esterno” vuol far sentire i calabresi. Sbagliati, e costretti a diventar quel che non sono.

Il popolo di legno è un romanzo sorprendente per come tratta il tema della verità. La verità genera reazioni, la verità fa male, la verità non si può dire. La narrazione cresce esponenzialmente nella seconda metà dell’opera, quando il Topo e il Delinquente dovranno rendere conto delle loro iniziative agli Zii. E quando la verità costringerà il Topo a non essere più di legno, a diventare di carne, il destino busserà ineluttabile, e non ci sarà Salvezza, né redenzione alcuna.

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