Addio alla giovinezza

Francesco Totti ritiro

Negli ultimi giorni una delle frasi che mi ha più colpito e che ho sentito ripetere spesso, circa il ritiro di Francesco Totti, è quella per cui “Non ho mai visto il calcio senza di lui”. E’ un’enormità, che puoi giustificare anagraficamente per chi non ha più di trent’anni; è un’enormità, perché assegna automaticamente un posto centrale e dominante a un calciatore che, seppur Grande, è comunque stato marginale all’interno del movimento calcistico mondiale.

Vivo da sempre come “ateo” (non solo calcistico, ma tant’è) romano, e so che nella mia città certi discorsi, anche solo certe allusioni, sono irricevibili. Anche alcuni comunicatori delle famigerate radio romane, quelli che non hanno usato Totti come vessillo per le loro fortune, si sono sempre morsi la lingua per limitare le critiche che negli anni anche il Capitano si sarebbe meritato. Le religioni non vanno criticate, ma comprese.

In questi venticinque anni Francesco Totti è diventato, suo malgrado, il sacerdote di un culto che ha fagocitato ogni altro discorso calcistico nella Capitale. Il risultato lo vedete nello striscione che ho riportato in foto, esposto durante Roma-Genoa di ieri, sua ultima partita. Per molti, moltissimi tifosi Totti è la Roma, al punto da tifare per Totti e non per la Roma, al punto da criticare duramente l’allenatore perché fa la sue scelte per il bene della Roma, non per la gioia di Totti, che è poi quella dei tifosi, e viceversa.

Come si è giunti a questo punto, e perché? Seppur avara di successi, la storia della Roma è stata costellata di altri personaggi che, sebbene inferiori come capacità tecniche individuali, hanno incarnato meglio il ruolo del Capitano (Di Bartolomei, ma anche Giannini) oppure hanno avuto maggiori riscontri e risultati internazionali (Bruno Conti). Perché Francesco Totti ha ricoperto (e ricopre) un ruolo così rilevante e dominante nei cuori dei tifosi giallorossi? Perché mai nessuno come lui?

Perché Francesco Totti incarna, nel bene e nel male, un certo modo di essere romani in cui molti, moltissimi si riconoscono. La sbruffonaggine, l’ironia (più raramente e furbescamente rivolta verso di se, ricordate Massimo Giuliani?), quel modo di essere un po’ indolente, mammone e routinario di chi non si è mai voluto confrontare con il calcio internazionale, giocare con una Big europea. Meglio essere il Re di Roma, meglio continua a giocare “a pallone” a Trigoria. Romano e romanista, è il sogno di ogni tifoso della Curva Sud che vorrebbe entrare in campo, giocare e segnare per la sua squadra.

Sono sicuro che a Totti il suo “culto”, se non gli ha dato fastidio, abbia comunque fatto male. Ha messo in risalto, per i non adepti, i difetti di chi non ha avuto un curriculum comportamentale immacolato, ha quasi oscurato la sua grandezza di calciatore, relegandola dentro il Grande Raccordo Anulare. Chi ne era fuori, non comprendeva; ammirava il gesto tecnico, magari, ma non poteva capire tutto il resto, l’identificazione, il fideismo. Facciamone una ragione, Totti verrà ricordato più per essere stato il Capitano della Roma, per aver indossato per venticinque anni solo la maglia della Roma, che per essere stato un grandissimo e universale giocatore offensivo. Forse era proprio questo che gli interessava di più, forse era proprio questo il suo più grande limite (Meglio lo scudetto con la Roma che la Coppa del Mondo, ricordate queste sue dichiarazioni?).

Nonostante tutto, l’evento di ieri è stato piuttosto emozionante e toccante. Storico, soprattutto. Il ritiro di Francesco Totti segna un altro passo di un addio alla giovinezza. Ormai manca solo Buffon, di quella generazione con cui sono cresciuto negli Anni Novanta. E come Totti ha ben descritto nella bella lettera che ha letto ieri allo stadio, quel che fa più paura è non sapere cosa c’è dopo.

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