Glow e l’arte del wrestling

glow recensione

In questo blog ho trattato spesso delle mie passioni personali, dai libri al cinema, passando per i fumetti. Non ho mai parlato però del wrestling, quello professionale ovviamente, ben diverso dalla lotta olimpica. Sebbene non segua da tanti anni la scena attuale, ho sempre apprezzato quel mix tra atletismo, tecnica e teatralità, non sempre in questo ordine, che è necessario per essere un grande wrestler e per mettere in piedi un convincente show-evento.

E’ proprio questa la principale storyline di GLOW, la nuova serie Netflix che da qualche settimana ha debuttato con la prima (e speriamo non ultima) stagione.

Come ogni serie TV contemporanea, GLOW nasce da una storia reale, difatti esisteva veramente uno show di wrestling femminile che portava questo nome (acronimo di Gorgeous Ladies Of Wrestling). Un brutto show, invero, che non aveva inventato nulla (il wrestling femminile esisteva dagli anni Trenta), strizzava entrambi gli occhi al trash e presentava modelle o attrici di serie B riciclatesi wrestler con esiti, nella maggior parte dei casi, pessimi.

Si può realizzare un ottimo show che racconti un pessimo show? Sì, se ti affidi a un team di scrittrici capaci (le stesse di Orange is the new Black), in grado di disegnare dei caratteri interessanti oltre il cliché delle “ragazze con problemi”, e d’impostare il filo del racconto sulla metanarrazione. E’ veramente coinvolgente seguire le vicende di Ruth Wilder (Alison Brie, non la riconoscerete rispetto alla Tracy Campbell di Mad Men) e la sua ricerca e costruzione del personaggio, o le prove di Debbie Eagan, ex-attrice di soap opera, per trovare la giusta antagonista.

Nel corso degli episodi, GLOW snocciola alcune delle regole non scritte dell’arte del wrestling, dalla necessaria suddivisione dei personaggi tra buoni e cattivi (faces vs heels, in gergo tecnico), al fatto che siano proprio i cattivi quelli con il personaggio più interessante e che “conduce” l’incontro. Queste chicche vengono inserite con sapienza negli script delle puntate, e riescono a prendere anche i novizi della disciplina. Gli anni Ottanta sono presenti ma non cadono mai, come avviene in serie come Stranger Things, nella pura idolatria di un’epoca. Il cast è eccellente, eterogeneo nello stile quanto omogeneo nell’insieme. Le donne di GLOW hanno tutte l’esigenza di definirsi o ricostruirsi, e il wrestling, disciplina generalmente ghettizzata come “ultima spiaggia” dell’entertainment si rivela qualcosa di più ispirazionale rispetto ai soliti pregiudizi.

GLOW è una serie che merita di andare avanti, speriamo ce la faccia.

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