Clara Cerri e i suoi dodici posti

La digitalizzazione della letteratura ha creato nuove e interessanti nicchie di mercato. Se vi è mai capitato d’imbattervi nella sezione Kindle di Amazon, sapete di quel che sto parlando. Una pletora di autori di cui ignoravate l’esistenza, con titoli altrettanto oscuri, per qualsiasi genere narrativo. Orientarsi in questo settore è veramente difficile, ma personalmente ho avuto la fortuna di imbattermi in un’opera prima che merita di essere approfondita.

Si tratta di “Dodici posti dove non volevo andare”, che Clara Cerri ha pubblicato in formato ebook per i tipi di Lettere Animate. Una saga famigliare travestita da estemporanea raccolta di racconti, è un testo decisamente piacevole da leggere. La disinvoltura di Clara nel muoversi tra epoche e luoghi differenti, la cura con cui alterna citazioni a pennellate storiche “d’ambiente”, ci consegnano una narrazione avvolgente e totalizzante. Il desiderio dell’autrice di calare il lettore nelle pieghe di una trama molto articolata si traduce anche in alcuni eccessi di verbosità nei dialoghi e qualche ridondanza tra gli eventi citati nei capitoli, nulla che mini la scorrevolezza del romanzo.

Ho avuto il piacere di farmi una chiacchierata con Clara, eccone una trascrizione sintetica.

Ciao Clara, “Dodici posti dove non volevo andare” nasce come una raccolta di racconti ma si evolve in qualcosa di differente. Un romanzo vero e proprio, seppur non lineare nella costruzione temporale. Ritengo che ad un certo punto dello sviluppo vi sia stato un cambio d’intenzioni nell’autrice, oppure sbaglio?

L’intenzione di collegare tutti i racconti in una sorta di “saga famigliare” era presente fin dall’inizio, come pure l’idea di cominciare e finire con la storia di William Denver. Quello che non sono riuscita a prevedere, come spesso capita scrivendo, è che la storia avesse una vita sua e una sua volontà, e quindi per andare da A a B seguisse un percorso differente. Come i pittori per burla di Via Margutta, ogni tanto qualcuno mi strillava Elisabettaaa! e mi costringeva a cambiare direzione.

Il cambiamento è evidenziato anche dalla gestione dei personaggi centrali: si passa dal cantautore maledetto William Denver, per arrivare al giovane italo-americano Roy Cerri. Senza dimenticare il tuo alter-ego, ovviamente. Si tratta di un “passaggio di testimone” spontaneo in un testo corale, oppure è la presa d’atto dell’esaurimento di alcuni filoni narrativi?

A posteriori mi sono detta che con William, Clara e Roy volevo rappresentare tre generazioni in successione. In realtà il processo è stato meno razionale di così: mi sono accorta che avevo bisogno di Roy per incarnare qualcosa che ha dominato la mia vita a lungo, la dedizione fiduciosa a un’idea e a un’ambizione totalizzante. Quell’idea che in William è stata delusa e tradita, al punto da autodistruggersi. Poi ci sono desideri, pensieri e moti di rabbia che sono più forti se rappresentati dentro la pelle di un giovane. Il resto sono dettagli di cucina: vaghe notizie sui miei parenti americani, la storia vera di un pittore straniero la cui ragazza odiava Roma (mentre lui la adorava), un film con un protagonista romantico con questo nome e una bella faccia da cinema muto.

Nel testo si percepiscono molti elementi autobiografici. Il titolo stesso si riferisce ad eventi dolorosi che avevi nascosto nella soffitta dei ricordi, e che hai deciso di affrontare in quest’opera. La scrittura come auto-terapia? Qual è stato il brano più “difficile” da scrivere?

Alcuni eventi che narro sono tutt’altro che dolorosi, se non per il fatto che sono passati. In ogni caso, trasformando i ricordi di eventi e di stati d’animo in storie volevo che andassero al di là della mia realtà di individuo, mi attraversassero, in un certo senso. Alcuni lettori hanno riferito l’impressione che scrivendo io voglia perdonare tutti i miei personaggi. Si vede che questo processo di metamorfosi fa l’effetto di un perdono. Le parti difficili da scrivere non sono state necessariamente le più autobiografiche o le più drammatiche. Ho lavorato moltissimo sul capitolo finale, per esempio, e sono stata a lungo indecisa se includere o no il capitolo sulla prostituta, che alla fine è stato molto apprezzato dai lettori.

“Dodici posti…” è ricchissimo di citazioni letterarie, musicali, artistiche. Non pensi che questo possa creare una distanza con una classe di lettori che non è in grado di coglierle? Lo definiresti, in tal senso, un romanzo di nicchia?

La risposta a questa domanda la dà Victor nell’ultimo capitolo: ogni artista è inserito in un flusso tra chi lo precede e chi lo seguirà. Non puoi fare finta che le domande che ti poni non se le è mai poste nessuno. È un po’ come quando, nel creare un personaggio, disegni nella mente dei particolari di cui nel romanzo nemmeno parlerai, che studi ha fatto, che infanzia e che famiglia ha avuto. Credo che ognuno, poi, percepisca del testo quello che è più vicino alla sua esperienza. Inoltre una ricerca in rete può aiutare a comprendere alcuni riferimenti, e molti lettori di ebook hanno dizionari ed enciclopedie incorporate. Forse il mio romanzo è di nicchia, ma spero, anche grazie alla forma di ebook che permette una diffusione maggiore, di trovarne una abbastanza grande da starci comoda. Il mio sogno è che venga tradotto in inglese o in spagnolo: considerato che parla molto di Roma (non solo della sua bellezza ma anche della sua monnezza) potrebbe piacere a un pubblico internazionale.

Ci sarà un sequel, o comunque un ulteriore sviluppo dei principali filoni narrativi?

Mi propongo di raccontare il resto della storia di Roy Cerri. A chi fosse curioso consiglio di acquistare l’antologia collettiva “I grandi e i piccoli” pubblicata dal blog genitoricrescono.it, che contiene un breve racconto su Roy adolescente, un dialogo con suo padre ambientato circa un anno prima delle vicende raccontate ne “L’indulgenza”. Non sarà un romanzo facile da scrivere perché presuppone ricerche su un modo diverso di vivere e molto impegno per lasciar andare questo personaggio, liberarlo dai miei pregiudizi e dalle mie convinzioni, avere anche il coraggio di “sporcarlo”. Ma l’ho promesso. Hai presente “La donna cannone” di Francesco De Gregori? Mi sono accorta che il finale dei “Dodici posti”, quando Roy striglia Clara per la sua incapacità di incarnarsi in qualcosa di diverso da se stessa, potrebbe essere riassunto in quello che dice questa canzone: “butterò questo mio enorme cuore tra le stelle, un giorno, giuro che lo farò”. Nonostante le apparenze, il mio scopo non è scrivere per parlare di me stessa: vorrei sapermi regalare tutta alla storia, come fanno gli scrittori che reputo i migliori. Ho appena cominciato e spero di poter fare di meglio in futuro, se i miei personaggi mi aiuteranno.

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