Utenti non si nasce, si diventa

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La notizia della settimana è stata il furto delle immagini private delle celebrità americane (tra tutte, il Premio Oscar Jennifer Lawrence), operato da un gruppo (ancora) imprecisato di hacker, che hanno effettuato il leak attraverso la funzione “Trova il mio iPhone”.

Il livello di commento sull’evento è stato elevatissimo, come ci si poteva attendere. In fondo c’era di mezzo la curiosità morbosa, e la riprova morale implicita, per le foto (in molti casi svestite) di belle, famose e formose ragazze, ma anche dei dubbi vacillanti su uno dei servizi principi di Apple, iCloud, e in linea generale di tutta la linea di servizi che prevede condivisione e archivio su risorse remote e centralizzate.

Così, mentre l’interesse di molti si è concentrato sull’ipocrisia di fondo (giudicare o scandalizzarsi se “Internet is for porn”), il mio interesse si è spostato dalle grazie della Lawrence ad una riflessione sul livello di consapevolezza raggiunto nella fruizione digitale. Sì, perché è indubbio che la penetrazione di Internet e della tecnologia che lo sostiene abbia provocato un aumento esponenziale della popolazione utenti. Non è però scontato che la maggioranza di queste persone sappia veramente cosa stia facendo, oltre a toccare nervosamente uno schermo capacitivo.

Alfabetizzazione – Una volta, parlo degli Anni Ottanta e Novanta, essere appassionato di tecnologia significava essenzialmente smanettare con i computer oppure dilettarsi di elettronica in un garage. Attività amene e interessanti, ma all’epoca decisamente di nicchia, che tenevano impegnate prevalentemente persone di sesso maschile, giovani uomini o adolescenti, che raggiungevano un notevole grado di conoscenza autodidatta.

Ogni produttore aveva quindi i propri hardcore users, uno zoccolo duro che non si limitava ad acquistare i prodotti, ma partecipava attivamente al suo miglioramento nelle successive release. C’era una sorta di patto di “trasparenza”, tra le due parti: l’azienda sapeva di aver a che fare con utenti di esperienza mediamente elevata, e produceva manualistica tecnica piuttosto dettagliata a corredo, che poteva soddisfare l’esigenza delle persone nel padroneggiare, e spesso modificare, lo strumento. Pensate soltanto a quel che accadeva con i radioamatori, o con chi sviluppava codice in Basic sul Commodore 64.

Le cose sono cambiate con la popolarizzazione tecnologica. Con il nuovo millennio, oltre alla solita nicchia di smanettoni nerd, il popolo dei fruitori di “digitalerie” si è esteso, allargandosi un po’ a tutti. Cavalcando l’ondata della telefonia mobile, la tecnologia è finita in mano a chiunque, dal macellaio sotto casa fino a nostra nonna. Spinta dalla moda (“lo usano tutti”) e dalla raffinazione dei servizi, sempre più onnicomprensivi e a valore aggiunto, non da un reale interesse delle singole persone. Nostra nonna usa lo smartphone oppure Skype su PC per parlare con figli e nipoti lontani, non perché è una geek.

Questi presupposti, che possiamo rilevare nei nuclei famigliari di chiunque, hanno fatto sì che venisse saltato, a piè pari, un intero processo di alfabetizzazione informatica. La stragrande maggioranza degli utenti attuali usa i device per le pochissime funzioni strettamente necessarie (Facebook, WhatsApp, SMS, Fotocamera…), ma senza alcuna consapevolezza di quel che c’è dietro. E dietro c’è il mondo, se è vero che si sta andando sempre più verso un’infrastruttura puramente server-side, dove il ruolo dei client (i terminali, appunto) è limitato alla mera raccolta dell’input (frase, foto, video, ecc…).

Attenzione: questo fenomeno riguarda anche i nativi digitali. E’ stato più volte dimostrato che le persone “nate con la Rete” non conoscono automaticamente meglio quel che c’è aldilà del sipario. Anzi.

Le colpe dei Big – Possibile che si tratti di una responsabilità univoca degli utenti newbie? E’ un loro onere informarsi su come funzionano i servizi di cui fruiscono, e configurarli nella maniera più opportuna per le rispettive esigenze? Certo che lo è, ma nella misura in cui l’interfaccia e le istruzioni fornite dal service provider glielo consentono. Se l’Apple di turno continua a proporre delle affascinanti installazioni con “un solo click”, e una manualistica inesistente, è la casa di Cupertino ad invitare implicitamente l’utente ad affidarsi alle sue cure, senza pensare più di tanto a come configurare il servizio.

In questa maniera, inoltre, l’azienda presieduta da Tim Cook si prende la responsabilità di non essere trasparente con i propri utenti, rendendoli “schiavi” di configurazioni di default assai nocive come quelle che Massimo Mantellini ha ben descritto in un suo post. Il presunto aiuto ad alfabetizzare il vulgo, usando delle interfacce semplificate, si trasforma quindi in una specie di trappola, giocando sull’ingenuità ed inesperienza dell’utente. Il messaggio che molti post del settore, fioccati casualmente in questi giorni, vogliono far trasparire è che non è la piattaforma ad essere stata violata, ma l’utente inesperto ad averla usata male.

E allora è condivisibile l’indicazione che si evince anche dal bel post dei tizi di Valigia Blu. Non è grave soltanto il problema della vulnerabilità agli attacchi “brute force”, comunque presente e misteriosamente risolta poche ore dopo, è ancor più inquietante far leva sulle dimenticanze degli utenti per raggranellare i loro dati personali, utilissimi per fare business. Perché utenti non si nasce, si diventa, ma quale dei Big di Internet ha reale interesse affinché ciò avvenga?

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