Arance e Martello

zoro

Ogni tanto anche il sottoscritto va al cinema, e a settembre si trovano soltanto i titoli usciti dai festival estivi, oppure ivi presentati. Ecco che oggi mi cimenterò con “Arance e Martello”, presentato fuori concorso a Venezia, e lo farò con lo schema usato di solito da Matteo Bordone.

Cos’è. E’ l’esordio alla regia di Diego Bianchi, alias “Zoro”, blogger, poi intrattenitore, conduttore televisivo che è saltato sul grande schermo con quest’opera prima. “Arance e Martello” ci racconta una giornata dell’estate del 2011 nel quartiere di San Giovanni a Roma, tra un mercato rionale di cui viene minacciata la chiusura, dei volontari di una sezione del PD di zona che cercano firme per far cacciare Berlusconi, e tanti commercianti che hanno bisogno di qualcuno che perori la loro causa. Il tutto condito con un’improbabile radio locale che trasmette da una delle finestre del quartiere, politici di ben nota ispirazione, e la telecamera digitale di Zoro, attore-regista, a riprendere il tutto.

Com’è. Dichiaratamente influenzato da “Fa la cosa giusta” di Spike Lee, il film ne riprende i punti cardine, sia dal punto di vista narrativo (il caldo bestiale), sia da quello delle intenzioni (uno spaccato etnico-sociale di quartiere). Addirittura in una scena gli attivisti del PD e i commercianti guardano proprio questo film, dentro la sezione. “Arance e Martello” è però anche un film sulla politica, sul linguaggio della politica, e sul distacco della politica rispetto alla gente. Zoro è notoriamente di idee sinistrorse, e il PD resta l’unico e vero partito che ha radici nel territorio. Le vicende narrate nella pellicola ci portano però a sfumare i colori. Perché non c’è solo il rosso e il nero, con tutto il rispetto per Stendhal…

Perché vederlo. Perché Zoro è simpatico, e il film ha molti punti di scrittura brillante. Perché descrive bene certe derive dell’antiberlusconismo e dell’antipolitica che sono divenute molto popolari negli ultimi anni, tanto da essere concause del boom del Movimento Cinque Stelle. Perché la mano del regista si vede e la fotografia è molto buona. Perché a settembre la scelta al cinema è assai limitata.

Perché non vederlo. Perché non siete attivisti, professionisti della comunicazione politica, o cultori delle trasmissioni di RaiTre, quindi capirete un terzo dei riferimenti mostrati nella pellicola. Perché da Zoro non mi aspetto che peschi con troppa disinvoltura nello stereotipo razziale o giovanile per improvvisare degli scontri generazionali approssimativi. Perché il regista è molto bravo a tagliare e montare, ma in certi casi esagera e sembra prodursi in mix fini a se stessi, quasi scimmiottando Spike Lee.

Una battuta. “Se chiude il mercato, scoppia la rivoluzione.”

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