Aziz Ansari è ancora Master of None

Ho apprezzato molto la prima stagione di Master of None, la serie Netflix scritta da Aziz Ansari e Alan Yang che racconta, in ordine sparso, i millennials, i rapporti interpersonali, le aspirazioni e la città di New York. Per questo motivo ero molto incuriosito nel vedere come l’attore/produttore/regista di origini indiane avrebbe sviluppato il discorso lasciato in sospeso dopo i primi dieci episodi. Il suo alter-ego Dev Sha, dopo molto titubare su inclinazioni e sentimenti, aveva deciso di prendersi un periodo sabbatico da passare in Italia per studiare l’arte della pasta, si era mollato con Rachel, doveva insomma ancora decidere cosa fare della sua vita.

La seconda stagione, rilasciata pochi giorni fa in tutto il mondo, non cambia il tema principale della serie, ma inserisce delle variabili e delle complessità nel discorso generale di “Cosa voglio? Dove sto andando?”. Innanzitutto la location, i primi due episodi sono stati girati integralmente in Italia, tra Modena e la Toscana. C’è molto del Bel Paese, sparso qua e là, tra le pieghe di un copione che mostra ancora sapienza di scrittura nel raccontare le storie, svariati riferimenti al nostro immaginario cinematografico e musicale, fino all’arco narrativo più importante, quello dell’innamoramento di Dev nei confronti di Francesca (Alessandra Mastronardi), appena accennato nella prima metà, per poi diventare centrale e dominante nelle puntate finali della stagione, “Amarsi un po’” e “Buona Notte”.

Il costante pescare a piene mani di Ansari nell’italianità mi costringe a riflessioni sul merito, sull’opportunità e sulla riuscita. Se da un lato è innegabile la qualità tecnica del girato, e sono assai apprezzabili i riferimenti autoriali, dall’altro si cade spesso nel luogo comune più vuoto e fine a se stesso, e la storyline principale risulta piuttosto banale. Gli episodi più deboli sono proprio quelli che ruotano attorno alla Mastronardi. L’attrice nostrana gode di un inspiegabile credito oltreoceano, la ricordiamo recitare nel più insulso dei film di Woody Allen, ma non ha grosse colpe su una sceneggiatura che si sfilaccia nel più scontato dei triangoli amorosi con una coppia di lungo corso prossima all’altare e l’amico intimo con cui nasce qualcosa.

I momenti migliori della stagione ci vengono regalati quando si torna in ambito newyorchese, quando Dev Sha torna ad essere Master of None, un millennial cresciuto ma non troppo che deve ancora conoscere se stesso. I vertici assoluti sono il sesto episodio “New York, ti amo” e l’ottavo “Il Ringraziamento”, quando Ansari e Yang tornano a descrivere le minoranze etniche della Grande Mela, le diffidenze e le differenze di vedute all’interno delle famiglie, gli anni che passano, le generazioni che cambiano. E in questo Ansari è talmente Master da potersi permettere di perdere il ruolo da protagonista, o addirittura da non apparire per l’intero episodio.

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