L’uomo senza talento, di Yoshiharu Tsuge

Uomo senza talento recensione

Ci sono voluti molti anni affinché anche in Italia il manga, il fumetto giapponese, si affrancasse da quel legame apparentemente indissolubile con la notorietà commerciale e le trasposizioni animate. Il lavoro encomiabile compiuto da case editrici come la Hazard di Milano (suo il merito di averci fatto conoscere le opere più mature di Osamu Tezuka) o la Rizzoli Lizard (che ha importato gran parte dell’opera di Jiro Taniguchi), per tacere della Coconino Press, ha aperto le porte della riscoperta, retrospettiva in questo caso, di Maestri dello gekiga come Yoshiharu Tsuge.

“Se non sei utile, la gente ti considera un rifiuto. Essere inutili è come non esistere”

L’uomo senza talento, portato in Italia dalla meritevole Canicola edizioni, è una raffinatissima riflessione di Tsuge sul consumismo e sul ruolo che ogni individuo deve avere nella società, pena l’emarginazione. Il ruolo riservato per Sukesan Sukegawa, protagonista del libro, è il mangaka. Tuttavia, da un momento all’altro, egli vive un vero rifiuto di questa sua condizione, cercando nuovi modi (tutti “furbi”, tutti fallimentari) per sbarcare il lunario. Questo porta la sua famiglia verso l’indigenza, con la moglie che, costretta a lavorare per entrambi, arriva ad odiarlo, e con il solo figlioletto che continua, nonostante tutto, a stimarlo.

Tsuge insiste sul concetto facendo incontrare al protagonista altre persone “come lui”, raccogliendo numerosi esempi di miseria ed emarginazione con una costruzione narrativa ancor più straziante, perché temporalmente a ritroso e quindi in grado solo di spiegare (non spiegando) i motivi della scelta di vita di Sukegawa, senza darne alcuna conclusione. Balza agli occhi anche il parallelismo biografico: questa è di fatto l’ultima opera di Tsuge che, ancor vivente, negli ultimi trent’anni si è praticamente ritirato per motivi di salute.

Sukegawa è un uomo senza talento per scelta agli occhi della società, lo è per indole e desiderio agli occhi di se stesso. Egli intimamente ama fallire perché non lo obbliga a rientrare in quel mondo che non perdona chi fallisce. Comprate e leggete questo capolavoro, valorizzato da un’ottima edizione italiana.

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