Blade Runner 2049

blade runner 2049 recensione

Cosa dovremmo farcene dei classici, dei cult, delle opere che hanno lasciato un segno immortale nella storia della (loro) arte, generando un’enorme eredità culturale in grado di creare o influenzare un genere? Dovremmo lasciarli sugli scaffali, usarli come esempio ma prenderne le distanze, oppure possiamo legittimamente aspirare a maneggiarli fino a (sacrilegio) reinterpretarli?

Questa è la prima domanda che mi sono posto quando sono uscito dal cinema dopo aver visto “Blade Runner 2049”, ancora prima di pensare se il film mi sia piaciuto o meno e giudicarne tutti gli aspetti tecnici ed estetici. La domanda non è peregrina, perché il caso di Blade Runner è molto anomalo, trattandosi di un sequel uscito trentacinque anni dopo il primo film, che ha però mantenuto alcune figure chiave come il protagonista Harrison Ford, il regista Ridley Scott passato al ruolo di produttore e il co-sceneggiatore Hampton Fancher.

Il progetto era quindi piuttosto complesso, fin dalla premessa: prendere un’opera che era nata per essere unitaria, al pari del romanzo che l’aveva ispirata, e crearle un seguito che ne espandesse l’universo descritto. C’è voluto molto tempo per realizzarla, il tempo di far uscire numerose edizioni del film originale, e abbiamo assistito anche alla cessione dei diritti alla Alcon Entertainment. Non era facile, perché avevamo tutti negli occhi cosa succede a volere espandere un universo cult sull’onda di un successo commerciale (Matrix). Non era facile, ma ce l’hanno fatta, e preservandoci anche dall’idea, non tanto peregrina in quest’epoca, di realizzarne un remake.

Giungendo al sodo, ed evitando accuratamente spoiler vitali, Blade Runner 2049 è una buona pellicola, solida e con una sua dignità. Realizzato per un pubblico ormai maturo ed avvezzo ai temi del cyberpunk, rinuncia a quel voice-over che legava il predecessore a certi noir anni Quaranta, e intervalla le atmosfere cupe con alcune scene dove il colore è ricco ma fin troppo artificiale per recare calore.

La trama del film, sintetizzata in maniera spiccia, sembra giocare su alcuni equivoci irrisolti della pellicola del 1982, primo fra tutti quello sulla durata e la fertilità dei replicanti. Da questo punto di vista il film diretto da Denis Villeneuve non si prende molte responsabilità, il regista canadese sembra fare il compitino, sopratutto visivo, non esponendosi esplicitamente neanche sulla storica questione della natura di Deckard, e lasciando un finale e molte questioni dichiaratamente aperti, nell’ottica di realizzare (magari non tra trentacinque anni) un altro episodio.

I temi principali di Blade Runner 2049 sono rimasti gli stessi, quelli codificati anche da Philip K. Dick ne Il cacciatore di androidi. La ricerca della propria identità, il ruolo dei ricordi nell’autodeterminazione, la lotta alla discriminazione per la conquista di dignità e libertà. Per questo motivo il film di Villeneuve, pur essendo piacevole e non facendo pesare le due ore e mezza di durata, eccede troppe volte nel voler ribadire concetti già noti e arcinoti, che tra un Director’s Cut e un Final Cut avevamo già acquisito.

Paradossalmente, è proprio con l’apparizione di Deckard, abbondantemente nella seconda metà del film, che Blade Runner 2049 tende un po’ a banalizzarsi, quasi a fare fan service con un personaggio mitico che, a parte questioni gossipare, non ha forse molto altro da dire e dare a quella che ormai è a tutti gli effetti una saga. L’evoluzione del protagonista attuale, l’agente K interpretato da Ryan Gosling, è molto più interessante e riesce a farsi apprezzare nonostante la presenza di un villain poco convincente, qualche personaggio non ben inquadrato (su tutti quello interpretato da Robin Wright) e un final twist piuttosto prevedibile.

Provando a rispondere alla domanda iniziale, Blade Runner 2049 non offende assolutamente la memoria della pellicola del 1982, ma è lungi dall’essere un film necessario. Guardatelo, con la consapevolezza che non ve ne innamorerete, come una bella fotografia a cui manca una degna colonna sonora.

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