Un oscuro scrutare

un oscuro scrutare recensione

Tra i principali romanzi scritti da Philip K. Dick, “Un oscuro scrutare” è probabilmente il meno noto e chiacchierato. Anche la riduzione cinematografica firmata Richard Linkklater, di una decina di anni fa, è passata abbastanza in sordina nonostante un ottimo cast (Keanu Reeves, Robert Downey jr., Wynona Rider, Woody Harrelson).

Tutta l’opera dello scrittore americano contiene una denuncia sociale, spesso “nascosta” da impianti narrativi che spaziano dal futuristico al distopico post-apocalittico. In questo caso, però, l’ambientazione, pur restando dark come in altre opere, è molto più sfumata e legata ad uno scenario urbano di fine secolo, e la denuncia dell’autore, contro il mercato della droga e la connivenza della società, appare per quel che è. C’è chi lo giudicherebbe un romanzo sconclusionato oppure noioso, ma nelle sue imperfezioni d’impianto sta (anche) parte della sua grandezza.

Un oscuro scrutare, come altri romanzi di Dick, vive sul filo sottile che separa la realtà dalla finzione, dalla menzogna. E’ l’opera stessa, più volte, a mentire al lettore, a lasciarlo spiazzato su chi siano i buoni e i cattivi. Non ci sono buoni, non ci sono cattivi. Bob Arctor è anche Fred, che a sua volta è Bob Arctor. L’esperienza personale dello scrittore, per anni nel braccio della tossicodipendenza, ha maturato un romanzo sfuggente nelle descrizioni quanto nelle definizioni, surreale nei dialoghi, che rifugge da ogni morale perché attacca una morale doppiogiochista di chi vuole combattere la droga soltanto per promuoverne un’altra.

Lo sbirro è il criminale, il criminale è lo sbirro. Solo una tuta disindividuante separa un’identità dall’altra, un costume, una facciata. Chi scruta diventa lo scrutato e adegua il comportamento al suo ruolo sociale. Senza salvezza alcuna, perché il salvatore è, a sua volta, un nuovo aguzzino.

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