Il fattore umano

La letteratura di genere viene da sempre considerata “di serie B”, perché in questa tipologia di opere il canone (premesse, stile, topos, conclusioni) è preponderante rispetto alle motivazioni del romanzo in sé. Scrivere un romanzo giallo, ad esempio, comporta una serie di scelte nella struttura dell’intreccio, personaggi e sviluppo della trama, che raramente si discostano da un insieme ben definito. L’autore esiste ed è riconoscibile (Agatha Christie non è Rex Stout, per dire) ma in larga parte si appiattisce sul genere, e ne mette in atto il suo esercizio di stile.

Chiaramente, non è sempre così. Ci sono opere che, pur avendo un genere di riferimento, lo stravolgono o comunque lo usano per comunicare altro, per esprimere idee dell’autore, la sua personalità, il suo approccio alla letteratura. In quel caso, la “serie B” è una categoria molto stretta per l’autore. Succede con Philip K. Dick, che non può essere relegato all’etichetta di “scrittore di fantascienza”, succede con Graham Greene, le cui spy story, oltre a rappresentare soltanto una quota parte della sua produzione, hanno poco in comune con i romanzi che si soleva leggere nella collana “Segretissimo” di Mondadori, e sono dei fini trattati di psicologia umana.

Ne “Il fattore umano”, opera della maturità di Greene, il tema portante è la credibilità e la reputazione dell’individuo, in grado di forzare interpretazioni e decisioni anche drastiche da parte di persone nella sua cerchia. Maurice Castle è un ufficiale del servizio segreto britannico vicino alla pensione che, dopo anni passati in Sudafrica, sta trascorrendo gli ultimi anni di carriera a Londra. Il suo ufficio, che comprende il sottoposto Davis, viene investito da un’inchiesta interna per possibile divulgazione di informazioni top secret. L’uomo sarà costretto a prendere delle importanti scelte soprattutto per quanto riguarda la moglie africana Sarah e il figliastro.

Il dilemma morale di Castle (e dell’inquirente Daintry) è il focus del romanzo, dove brilla il narrare asciutto e mai banale di Greene, in grado di coinvolgere e instillarci dubbi fino all’ultima pagina.

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