Gli ultimi Jedi

gli ultimi jedi recensione

Le religioni, si sa, portano con se approcci estremi, parziali e che spesso sconfinano nell’ipocrisia giustificata. Il franchise di Star Wars è, con tutta probabilità, il più longevo ed ortodosso culto dell’industria del media entertainment. Il fan medio di Star Wars è capace di esprimere giudizi tra di loro opposti a distanza di tempo, e di allinearsi su di un solo dogma, ovvero la trilogia originale (ma non sempre, vedi gli Ewok). Da quando la Disney ha comprato l’impero mediatico di George Lucas, abbiamo preso la (buona) abitudine di passare il periodo natalizio al cinema ad ascoltare la celebre intro sulle note di John Williams. Sebbene la realtà dei giorni nostri ci dica che oramai il cinema è un media più marginale rispetto al passato, il traino dei film è comunque importante per vendere il resto, e per fare in modo che Star Wars non resti ostaggio di hardcore fans oramai quarantenni, ma che il rinverdire di un immaginario collettivo, e nuovi protagonisti, permetta un ricambio generazionale tra gli appassionati.

Ho già scritto sia de Il risveglio della Forza, sia di Rogue One, e mi sono avvicinato a The Last Jedi con la perplessità di chi ha registrato dei feedback altalenanti tra i propri amici, quasi tutti fan di vecchia data della saga. Interessante anche la dicotomia palesata su Metacritic, con il plauso della critica ufficiale e l’affossamento del voto “popolare”, al netto dei ventilati boicottaggi che è ancora piuttosto semplice realizzare con le recensioni online.

Ritengo Star Wars – Gli ultimi Jedi una ventata d’aria fresca nella saga, e questa sensazione generale permette di passare sopra anche a dei difetti cinematografici o di scrittura che è innegabile che la pellicola abbia. Il lavoro di Rian Johnson è stato di tracciare una cesura piuttosto netta col passato, un tema che tra l’altro è uno dei principali della trama.

SPOILER ALERT

Alcuni dogmi saltano in aria come castelli di carta: Snoke non è (più) il nuovo Imperatore, Rey non è direttamente coinvolta nella saga famigliare degli Skywalker, la battaglia non è (più) tra Bene e Male, quindi tra Jedi e Sith, ma in un sintetico riposizionamento dell’Equilibrio tra le Forze in gioco. Non è (più) scontato chi sia il Buono, non è (più) scontato chi sia il Cattivo. Al regista piace stupire, ed evidentemente non piacevano molte delle impostazioni date da JJ Abrams all’episodio precedente. Episodio VII, che aveva strappato un giudizio di piena sufficienza, rivisto dopo questo film tradisce una banalità e una mancanza di coraggio che lo trasformano in un mezzo passo falso. Abrams ha mantenuto una fedele aderenza al “canone” (a quello che ERA il canone, prima di episodio 8), provocando potrei affermare che Abrams abbia “avuto paura” dei fans più accaniti. Ha creato dei buoni (ottimi) personaggi, ma li ha imbrigliati in un intreccio piuttosto prevedibile, purtroppo abbastanza in linea con quella che definisco essere l’era dei remake.

Il suo successore, invece, ha sbattuto in faccia le sorprese allo spettatore, senza alcun riguardo per il passato, come Kylo Ren con i suoi antenati e maestri. Rian Johnson con il suo lavoro “di rottura” ci dona un’anteprima di quello che potrebbe essere il futuro della saga, ovvero una vera e propria space opera di più ampio respiro dove alcuni personaggi (Finn, che avevo apprezzato in episodio 7) possono anche sembrare “sprecati” agli occhi degli spettatori, ma concorrono a creare un immaginario collettivo che sopravviva alle spade laser, alle saghe famigliari e al mero confronto tra Buoni e Cattivi. Come già scritto, di punti deboli ce ne sono: la gestione dei personaggi di Laura Dern e di Benicio Del Toro, per esempio, ma dando per assodato che si tratta di cinema di (puro) intrattenimento, e che neanche la trilogia originale fosse Citizen Kane, questo The Last Jedi diverte e intrattiene. E’ visivamente appagante senza essere eccessivo, e sa sorprendere (molto). Il dubbio che sorge, in vista di un prossimo episodio nuovamente affidato ad Abrams, è su cosa può essere scritto dopo una tabula rasa che assomiglia a una chiusura di trilogia piuttosto che ad un episodio intermedio. Ci sarà molto da (ri)costruire, e forse il buon JJ potrebbe non essere la persona più adatta. Il rischio di una trilogia che sia tale solo di numero e non di unitarietà narrativa è dietro l’angolo.

Per il resto, un plauso va fatto ad un Mark Hamill efficacemente ambiguo e sfuggente, ad un Adam Driver vero e umano nella sua lotta con se stesso, ad un Oscar Isaac finalmente protagonista, meno riuscite le interpretazioni del cast femminile, soprattutto una Daisy Ridley piuttosto anonima, forse anche per colpa del personaggio che si ritrova la scrittura più debole nell’episodio.

Come di consueto, vi consiglio altri pezzi interessanti che hanno trattato di questo film:

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