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E’ sempre difficile, per un attore, ritirarsi dalle scene. Pochi hanno la classe di Cary Grant, che lasciò intorno ai sessant’anni, senza rimpianti, ancora affascinante e credibile, per dedicarsi alla consulenza della ditta di cosmetici Fabergé. Gli altri, di solito, non resistono al richiamo del palcoscenico, al desiderio di stare ancora sotto i riflettori, o più prosaicamente alla necessità economica di qualche ingaggio. Si dirada l’agenda, si preferisce qualche lauto cameo o qualche doppiaggio che nasconda le rughe, però non ci si estrae dalla lotta.

Il problema è che sono rari quelli che, pur invecchiando, riescono a mantenere una carriera di alto profilo qualitativo. Bisogna saper scegliere e non scendere a compromessi, ma non tutti possono essere Katharine Hepburn, che si guadagnò il suo quarto premio Oscar a settantacinque anni per “Sul lago dorato”. Stiamo comunque parlando di quella che viene considerata come la più grande attrice di sempre.

La lezione di Grant e della Hepburn su come gestire la fase finale della carriera non sembra essere stata appresa dalla generazione dei babyboomer di Hollywood, quelli che hanno dominato la scena cinematografica tra gli anni Settanta e Ottanta, e che continuano a proporsi a fan e cineamatori tra copioni zoppicanti e la non troppo implicita esigenza di una presunta eterna giovinezza.

Pensate a Robert De Niro, ad esempio: il primo attore-feticcio di Martin Scorsese, un esempio di interpretazione intensa e drammatica, pluri-premiato in carriera, negli ultimi anni si è dedicato con sempre maggior frequenza a ruoli leggeri e brillanti. Forse i produttori non sono più disposti a prendere troppo sul serio il divo italo-americano, e se le cose possono anche essere piacevoli come in “Ti presento i miei” con Ben Stiller, molto spesso possono naufragare come ne “Il grande match”, dove De Niro recita con un’altra vecchia gloria come Sylvester Stallone arrivando a scimmiottare malamente il suo ruolo di Jake La Motta in “Toro scatenato”, che gli valse l’Oscar.

Anche sul fronte femminile dobbiamo registrare pesanti defaillance da chi non ci saremmo mai aspettati. Parliamo di Diane Keaton, interprete ironica, sofisticata e memorabile di molte pellicole di Woody Allen e non solo, che negli ultimi anni ha infilato una sequela di film che hanno raccolto ottimi riscontri soltanto ai Razzie Awards (i premi per i peggiori film dell’anno). Titoli come “Perché te lo dice mamma”, “3 donne al verde”, “Il buongiorno del mattino”, “Big Wedding” (con De Niro, che casualità!) sono un brutto modo di lasciare un ricordo fresco agli amanti del cinema, a coloro che l’hanno idolatrata per “Io e Annie”. Perlomeno Meryl Streep, che non è comunque immune a questa “moda”, ha ancora saputo inanellare qualche titolo importante come “The Iron Lady” (2011) che le è valso il terzo Premio Oscar.

Che dire poi di Stallone del suo progetto “Expendables”? Un bel carrozzone trash di dinosauri da action movie che gigioneggiano nel ruolo di se stessi confrontandosi con le nuove generazioni. Nel terzo episodio, con un cast sempre più chilometrico, è stato tirato dentro pure Harrison Ford, altro settantenne declinante.

E se se ne andassero in pensione?