Sacro-GRA

Ho avuto modo, qualche giorno fa, di vedere al cinema “Sacro GRA”, il film di Gianfranco Rosi che ha vinto il Leone D’Oro all’ultima mostra del cinema di Venezia. E’ una pellicola che ha fatto molto parlare di sé, sia perché è il primo film italiano a vincere il premio dal 1999 (“Così ridevamo” di Gianni Amelio), sia perché si tratta di un documentario, un genere che a Venezia non era mai entrato in concorso, a differenza di altri lidi prestigiosi (Cannes, dove una decina di anni fa premiarono Michael Moore).

Il protagonista

Come viene spiegato in apertura, il Grande Raccordo Anulare è la più lunga autostrada urbana italiana (70 km circa); l’influsso del GRA viaggia aldilà dell’importanza infrastrutturale, si tratta di un anello che divide la città in due parti più o meno equamente popolate. Dopo innumerevoli libri e film che ci hanno narrato le zone più centrali, classiche e prestigiose (tra i più recenti si può citare “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, candidato agli Oscar), Rosi ci porta in un posto di frontiera, culla di disagio ed umanità.

Già dal gioco di parole del titolo si intuisce con quale occhio il regista voglia rappresentare questo scenario urbano: l’inatteso miracolo di vita per un luogo che a prima vista sembra un simbolo di temporaneità e il crocevia di un arido trasferimento.

Perché non è solo un documentario

Nella complessiva relatività delle catalogazioni in generi cinematografici, la definizione di documentario sta un po’ stretta a “Sacro GRA”. La maestria di Rosi nell’intrecciare cinque-sei microstorie rivela un chiaro percorso narrativo, suggellato dagli eccellenti primi piani degli abitanti del GRA, che occhieggiano più all’espressionismo tedesco che non al neo-realismo italiano.

Se i personaggi delle feste di Jep Gambardella sono così surreali, decadenti e svuotati, gli uomini del Raccordo trasudano vitalità e orgoglio anche nella miseria delle sconfitte quotidiane. L’ausiliario dell’autoambulanza, il nobile decaduto con la figlia, le due vecchie prostitute, il pescatore di anguille, vengono tutti catturati in presa diretta, ma l’abilità del regista è quello di scegliere sempre inquadrature poco invasive e cogliere una spontaneità melodrammatica.

I limiti narrativi

E’ proprio in questo senso che lo sviluppo della pellicola nei suoi 90 minuti lascia lo spettatore interdetto nel finale, che sembra assai tirato via, quasi una brusca interruzione di quel viaggio che, seppur costellato da un forte simbolismo (vedi la scena del “trasloco” cimiteriale), non arriva a descrivere un vero e proprio messaggio, ma si limita a chiudere il cono di luce su questi personaggi improvvisati, riportandoli all’invisibilità delle loro vite “di confine”.

“Sacro GRA” ha meritato il Leone d’Oro? La pellicola ha innumerevoli pregi, soprattutto dal punto di vista della fotografia. Il dubbio che Rosi abbia trovato l’edizione e la giuria “giuste” per ottenere il bottino pieno anziché un premio tecnico speciale è lecito, soprattutto osservando come, nonostante sia stato distribuito in appena una quarantina di sale in tutta Italia, la pellicola abbia raggiunto il nono posto della classifica degli incassi settimanali, reggendo la prova del botteghino e superando ampiamente la settimana di proiezioni. Il tam tam mediatico ha finito per giovare ad un genere che non ha mai incontrato i favori del grande pubblico.