ghostbusters

Mercoledì sono stato anch’io tra quelli che si sono recati al cinema per festeggiare i trent’anni dall’uscita cinematografica di Ghostbusters di Ivan Reitman, uno dei più famosi film-cult degli anni Ottanta. Operazione-nostalgia? Sì, ma con moderazione, nessun restauro HD, il film è stato trasmesso nella sua versione originale e, aldilà della presenza di un cast di attori/modelli vestiti alla loro maniera, degli acchiappafantasmi non s’è avvertita altro che la memoria.

Come si evince dal bel pezzo di Federico Bernocchi su Rivista Studio, ai giorni nostri è più semplice prodursi in remake di film mediocri, piuttosto che confrontarsi col mito. Ghostbusters ha rappresentato un modo di narrare l’occulto e l’esoterismo in maniera leggera ed ironica, pescando nella (presunta) superficialità dell’epoca per nascondere alcuni atti d’accusa disincantati sulla società americana reaganiana.

Nel 1984 c’era ancora chi (gli stessi Dan Aykroyd e Harold Ramis) sapeva scrivere una sceneggiatura originale non affidandosi pigramente al remake oppure agli storyboard di fumetti e videogames, ma pescando in un immaginario collettivo fatto di occultismo, esoterismo e stravaganza.

Poi c’era la brillantezza delle battute e delle gag, in pieno stile Saturday Night Live Show, di cui Ghostbusters è la degna estremizzazione sul tema della stravaganza e del surreale. Questo film avrebbe dovuto avere gli stessi protagonisti di The Blues Brothers, ma John Belushi era venuto a mancare qualche anno prima, e Bill Murray ebbe la sua grande occasione di dominare questa pellicola con la sua interpretazione. Qualche anno dopo avremmo scoperto che sapeva tenere anche altri registri.