Un lupo bello, dannato e senz’anima

The-Wolf-of-Wall

Si può diventare (molto) ricchi senza commettere scorrettezze e illegalità? Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio rispondono (negativamente) a questa domanda nella nuova opera del loro ormai lungo sodalizio artistico, “The wolf of Wall Street”, appena uscito anche in Italia. La pellicola è tratta dall’omonimo best-seller di Jordan Belfort, un ex-broker che, dopo essere divenuto multi-milionario truffando i piccoli risparmiatori, è finito qualche anno in carcere e si è poi riciclato come guru nei corsi di persuasione e tele-marketing che tanto vanno di moda nell’era di Internet.

In effetti il Jordan del film sembra avere più doti da motivatore, piuttosto che competenze da squalo della finanza. Se vi aspettate qualcosa di simile ai film di Oliver Stone, resterete delusi. L’epopea di Belfort tocca solo inizialmente il centro della culla del denaro che non dorme mai, quando Jordan riceve il suo addestramento da broker, per poi finire coinvolto nel fallimento (1988) di una delle più gloriose società del mercato borsistico, la Rothschild. Belfort riparte vendendo titoli spazzatura a lavoratori e pensionati, e la sua è una lunga rincorsa verso il riconoscimento sociale, la fama e il denaro ovviamente, ma soprattutto l’essere riammesso da vincitore a Wall Street.

I temi dell’ambizione e dell’autodistruzione sono molto cari al cinema di Scorsese, ed il regista italo-americano è ansioso d’immolarvi l’intero lungometraggio (tre ore). Tutti gli istinti dissolutori e gli eccessi del protagonista (droghe, donne…) vengono esacerbati, e poco sembra importare dell’evoluzione di un personaggio che agli occhi dello spettatore si era presentato come un coscienzioso, ancorché ambizioso, giovane sposato, introdotto ai trucchi (e ai vizi) del mestiere da un godibilissimo cameo di Matthew McConaughey. Quell’uomo sparisce ben presto, e mai emergono a galla i sensi di colpa verso le migliaia di famiglie rovinate da quegli investimenti mal consigliati, neanche quando, nel finale, i nodi vengono al pettine. Non c’è alcuna disanima sociale, né una vera presa di coscienza verso un mondo marcio.

La narrazione è però solida e ben costruita, tre ore passano in un batter di ciglia, grazie anche alle ottime performance interpretative di tutto il cast, guidato da un DiCaprio decisamente meritevole di premio Oscar. Di quando in quando si avvertono delle discrepanze o delle esagerazioni (come quella annotata da Jumpinshark, al secolo Alessandro Gazoia), in compenso il messaggio è ben chiaro: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

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