Monet, capolavori del Musée Marmottan

Fatalmente, quando si parla di un artista geniale del calibro di Claude Monet, la prima associazione è quella con il movimento impressionista, di cui il pittore francese fu co-fondatore assieme a Degas, Pissarro, Sisley e Renoir. Così facendo si trascura il fatto che Monet abbia in realtà avuto una vita piuttosto longeva, rimanendo protagonista per tutto il primo quarto del Novecento e gettando i semi per l’espressionismo e l’arte astratta.

La portata artistica di Monet, dunque, è molto più ampia di quella di un “semplice” pittore impressionista, e viene ben espressa dalla mostra “Monet – I capolavori del Muséè Marmottan”, attualmente in corso al Vittoriano di Roma (Ala Brasini). Le sessanta opere esposte sono piuttosto esemplari del percorso umano ed artistico del pittore, e pur non trascurando la fase impressionista (notevoli i quadri a scenario londinese), appare evidente come il vero focus dell’esposizione sia relativo alla fase finale della carriera, quella trascorsa a dipingere scene del suo giardino di ninfee.

Uno degli aspetti più ricorrenti all’interno della mostra riguarda la lunga serialità con cui l’artista declinava il suo lavoro sui soggetti. Le medesime composizioni, paesaggi, nature “vive” realizzate più e più volte, in differenti momenti, con diverse gradazioni di luci e conseguenti “impressioni” cromatiche dell’artista. Il celebre ponticello giapponese che delimitava la proprietà di Monet, difatti, aveva opposti quadri di luce qualora dipinto di mattina o di sera.

Purtroppo questo interessante lavoro di confronto si perde in una declinazione logistica deficitaria all’interno della location romana. Troppo spesso il visitatore si trova ad ascoltare l’audio-guida e a cercare i termini di paragone che sono stati posizionati in un’altra sala, a decine di metri dai loro paritetici. Due quadri del ponticello giapponese vengono esposti in due piani differenti. Un vero peccato, perché questa mostra di Monet (prorogata fino a giugno per il grande successo) presenta una grande ricchezza di opere, come non se ne vedevano da tempo dalle parti del Vittoriano.

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