Stefano Rodotà

Nei giorni scorsi è stata pubblicata sul sito della Camera la bozza della cosiddetta Dichiarazione dei diritti in Internet, un documento prodotto dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet, fortemente voluta e presieduta da Laura Boldrini e che può annoverare tra i consulenti esterni nomi autorevoli come Stefano Rodotà, Massimo Russo e Luca De Biase. A partire da lunedì 27, poi, si potrà contribuire pubblicamente con annotazioni e suggerimenti per la durata di quattro mesi. Ogni contributo verrà utilizzato per arrivare ad una versione finale del documento.

Cosa sancisce quella che è stata ribattezzata come Bill of Rights (con tanto di apposito hashtag su Twitter)? Innanzitutto, ha il privilegio di fissare dei diritti inalienabili per il cittadino, una sorta di spin-off digitale della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Anche se (finora) soltanto formale, si tratta di un importante passo in avanti, perché ufficializza a livello istituzionale la Rete come territorio di convivenza sociale e civile.

Suddivisa in quattordici punti, la Dichiarazione passa in rassegna tutti gli aspetti più rilevanti della vita individuale e collettiva online, e dei relativi comportamenti a cui sono chiamati sia gli utenti che i provider dei servizi. Sulla Net Neutrality, ad esempio, di cui ho già scritto in passato, la posizione è netta e inequivocabile, anche se forse ingenua nella sua applicabilità nel mercato degli operatori.

“Ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità in Rete.”

Visionario, e in fondo inquietante. Per quanto l’innovazione stia procedendo a passi da gigante, penetrando anche gli strati più “lontani” della popolazione, esisterà sempre una quota parte di persone la cui vita non avrà componenti significative online. Ed è giusto che venga mantenuta una certa disomogeneità nella presenza su Internet, così come anche nella scelta delle piattaforme dove rappresentare la propria identità. L’effetto “Pagine Gialle” che alcuni prodotti, come Facebook o Google, stanno determinando è poco piacevole nei termini di un accentramento dell’informazione che va in qualche modo gestito, e il principio che riporto di seguito mal si adatta all’attuale concorrenza che i Big di Internet si stanno facendo.

“Le piattaforme che operano in Internet, qualora si presentino come servizi essenziali per la vita e l’attività delle persone, favoriscono, nel rispetto del principio di concorrenza, condizioni per una adeguata interoperabilità, in presenza di parità di condizioni contrattuali, delle loro principali tecnologie, funzioni e dati verso altre piattaforme.”

Una Carta onesta e condivisibile, insomma. L’unico punto decisamente oscuro, segnalato anche dal garante per la Privacy, è quello del Diritto all’Oblio. Se da un lato è sacrosanta la richiesta di deindicizzazione delle informazioni non rilevanti su una persona, il passaggio che segue:

“Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.”

è molto ambiguo. Non è forse contro la privacy rendere pubblica una cancellazione dei dati?

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