Il legame della disponibilità

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L’eterna connettività è una reale opportunità oppure reca con sé, indissolubili, le stigmate della schiavitù? Questo è un “tema caldo”, uno di quelli che più dividono il dibattito, uno di quelli in base ai quali si scandisce la preminenza tra uomo e tecnologia. Chi è il leader, chi è il follower?

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La scorsa settimana sono stato sollecitato da ulteriori riflessioni sull’argomento, quella di Fabio Lalli su Facebook e quella di Riccardo “Skande” Scandellari sul suo blog.

L’eccesso di disponibilità e il suo disvalore

Fabio ha focalizzato il suo status sulla “disponibilità” e sulle conseguenze recate dall’eccesso della stessa, riferita a risorse immateriali e non. Nell’era digitale, uno dei più noti “eccessi” è quello della connettività mobile, che ci rende disponibili (o, più tecnicamente, “reperibili”) praticamente in ogni angolo e momento della nostra vita.

Come ogni fenomeno umano, l’eccesso di disponibilità provoca un contemporaneo effetto di “disvalore” della stessa. Tutti hanno internet, tutti hanno uno smartphone, tutti sono connessi. Comunicare con gli altri è dunque divenuto un fenomeno istantaneo, appartengono alla preistoria i tempi in cui bisognava attendere giorni per la ricezione di una lettera, ma anche soltanto aspettare che un amico rientrasse a casa per potergli telefonare. E’ fisiologico che, nell’ottica dei suoi simili, l’uomo digitale venga percepito come un contatto raggiungibile mediante vari canali (messaggistica, social, voce, ecc…) dal quale ci si attendono riscontri tanto immediati quanto la tecnologia permette.

E’ qui che emerge il paradosso sottolineato anche da Fabio: la connettività, che dovrebbe garantire almeno un grado di libertà in più, nelle mani dell’uomo sta diventando un vero e proprio legame fatto di compromessi che possono essere professionali, come il lavoratore che ottiene il Blackberry e che poi riceve e-mail dal capo a qualsiasi ora, ma anche personali e relazionali, come gli amici o il partner che tartassano di messaggi finché non viene data loro una risposta.

FOMO, dipendenza da un servizio

La tecnologia internet and mobile based incide fortemente nel nostro rapporto con gli altri, ma non dobbiamo dimenticarci che, come cantava Umberto Tozzi, gli altri siamo noi, e un disagio comunicativo e relazionale è innanzitutto un disagio individuale nel rapportarsi alla tecnologia stessa. L’articolo di Skande ci racconta proprio di uno di questi malesseri, la cosiddetta FOMO (“Fear Of Missing Out”), una tipologia di ansia che colpisce principalmente i grandi fruitori dei social network, e che consiste nel costante timore di perdersi qualcosa d’interessante, o che riguarda noi stessi, mentre non si è con gli occhi sullo schermo.

La FOMO è strettamente relazionata all’ansia “da notifica”, quell’impulso irrefrenabile che porta le persone a gettare sempre un occhio al proprio device per verificare l’arrivo di eventuali novità o messaggi. Tornando alla domanda iniziale, questa vignetta tratta da “For Lack of a Better Comic” rende bene l’idea di cosa stiamo costruendo.

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Tutto è iniziato, a cavallo dei due millenni, con le connessioni flat ad Internet. Spariti i costi aggiuntivi, o i vincoli temporali, non si era più costretti a “auto-limitarsi” nelle attività online. Era tutto lì, pronto e disponibile. Il resto l’ha fatto il Web: un media così differente da quelli tradizionali, non è come un film, una canzone, un libro. Non ha né inizio, né fine, ma è un flusso continuo d’informazioni, contenuti, avvenimenti che ci spingono ad interagire. Quante volte afferriamo il nostro device con l’idea di fare una certa attività, per poi ritrovarci dispersi in un mare di pagine, messaggi e status? E quando rialziamo la testa, ci accorgiamo di aver perso una montagna di tempo…

“C’è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo.” (Charles Baudelaire)

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