La privacy digitale è morta (e non è mai nata)

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Negli ultimi tempi stanno facendo di tutto per farci perdere fiducia nel futuro digitale, in un mondo che sarà sempre più configurato su interazioni nate e cresciute su Internet. Come vi ho scritto qualche giorno fa, quanto sta emergendo dallo scandalo NSA ha turbato molte anime che hanno a cuore il destino della Rete e della nostra libertà. Me compreso, ovviamente.

Poche anime, invero. Il caso è stato faticosamente minimizzato sfruttando le seguenti leve:

  • Demolizione mediatica della credibilità di Snowden
  • Interventi rassicuranti di Obama e dello staff governativo
  • Smentite secche da parte di tutti i Big del Web che erano stati chiamati in causa (Google su tutti)

Sarebbe interessante andare a leggere le statistiche di traffico web tracciate in questi giorni, soprattutto negli Stati Uniti, visto che la vicenda ha lambito solo superficialmente la nostra pubblica (e sonnecchiante) opinione. Ho comunque la certezza che questi dati non evidenzierebbero alcun calo di utenti collegati e operanti.

Come la gente continua a volare dopo un disastro aereo, le persone continuano ad accedere ad Internet a dispetto dei possibili rischi di violazione della privacy. Fa parte dell’ineluttabilità delle cose, fa parte della nostra vita. Come Internet. Prendete come esempio Facebook, una delle piattaforme più bersagliate per la gestione non proprio trasparente e “sicura” dei dati personali. Qualche giorno fa l’azienda ha ammesso l’esistenza di un bug che per alcuni mesi ha esposto l’indirizzo email e il numero di telefono cellulare di circa sei milioni di utenti. Utenti che continuano a crescere, più lentamente per l’ovvio effetto-saturazione, ma crescono.

D’altro canto, non era proprio Mark Zuckerberg colui che affermava che per le nuove generazioni la privacy non è un valore? Come dargli torto se, nonostante sia possibile applicare alcune accortezze, la maggior parte delle persone utilizza Internet senza alcun paracadute? L’assenza di consapevolezza è l’ultimo e il più grave degli analfabetismi digitali, ed è stata foraggiata proprio dai Big Player del Web.

Giorno dopo giorno, ci hanno convinti a cedere la nostra identità in cambio della gratuità dei servizi, a scambiare la visibilità con la pubblicazione della nostra vita privata. Social network nati con lo scopo di far riallacciare rapporti reali sono diventati vetrine di auto-promozione e di allargamento (virtuale e non) delle proprie cerchie.

L’utente si è abituato, ha progressivamente abbassato il proprio livello d’attenzione e ha sempre meno remore a pubblicare. La privacy? Appare sempre meno come un valore e sempre più come un limite.

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