Dove vedere “Anora” in streaming
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Recensione
Con Anora, Sean Baker continua la sua esplorazione delle periferie umane e sociali, portando sullo schermo una versione cruda, malinconica ma sorprendentemente brillante di una storia che richiama vagamente quella di Pretty Woman — se Pretty Woman fosse stata scritta con un occhio lucido sul capitalismo affettivo contemporaneo, anziché con la penna zuccherosa della Hollywood dei primi anni ’90.
Anora non è Vivian, e Vanja non è Edward. E per fortuna.
La protagonista, Anora, interpretata con una presenza magnetica da Mikey Madison, è una giovane sex worker di una Brooklyn che sembra più una periferia dell’est Europa che New York, già schietta, disillusa e cinicamente consapevole del proprio ruolo in una società che misura valore e desiderabilità in base alla spendibilità. Quando entra in contatto con Vanja, figlio di un oligarca russo, non è l’inizio di una favola d’amore, ma piuttosto l’innesco di una dinamica in cui il potere, il denaro e il desiderio si mescolano in un gioco di ruoli molto meno idilliaco e molto più vero.
Il parallelo con Pretty Woman è inevitabile: anche qui c’è un’offerta di denaro in cambio di compagnia, ma i 15mila dollari che Vanja mette sul piatto sono un segnale di quanto il mondo di Anora sia più spietato e meno romantico. Il denaro non è un gesto cavalleresco, è una transazione. E anche l’eventuale “innamoramento” che ne deriva sa più di bisogno di legittimazione sociale, di fuga dalla marginalità, che di amore autentico.
Il film ha un inizio volutamente lento. Baker sceglie di non accelerare il racconto per forzare empatia o pathos: osserva, con una regia sobria e una fotografia che riflette la freddezza dell’ambiente urbano, la quotidianità della protagonista. Solo intorno al quarantesimo minuto il film cambia ritmo, abbandonando progressivamente il tono drammatico e introspettivo per abbracciare una commedia slapstick sorprendente, che funziona alla perfezione.
Da quel momento in poi, Anora diventa un piccolo caos coreografato, una girandola di situazioni assurde ma perfettamente plausibili, sostenute da dialoghi brillanti e un ensemble attoriale che dimostra grande sintonia. L’effetto è spiazzante: il film ti fa ridere senza dimenticare mai l’amarezza di fondo, come una risata isterica nata da una situazione troppo complessa per essere semplicemente triste.
Il centro emotivo del film è senza dubbio Mikey Madison, che qui offre la performance più matura e stratificata della sua carriera. Il suo corpo diventa veicolo espressivo tanto quanto il suo volto: non c’è un gesto, un’espressione, una posa che non racconti qualcosa di Anora. Dall’indifferenza iniziale al coinvolgimento crescente, dall’opportunismo alla rabbia, fino alla vulnerabilità finale, Madison regge da sola un film che richiede alla protagonista di essere al tempo stesso specchio e soggetto della narrazione.
È proprio grazie alla sua prova che il film riesce a rendere credibili tutti i passaggi psicologici della protagonista, evitando la trappola della “prostituta dal cuore d’oro” e optando per una figura molto più complessa, umana e contraddittoria.
Anora riesce a essere, in modo sottilissimo, anche una riflessione sociale. Non solo sul sesso e sul denaro, ma anche sulla solitudine, sul bisogno di essere visti e riconosciuti, sulla finzione del romanticismo quando serve solo a nascondere squilibri di potere. In questo senso, il film è molto più vicino a The Florida Project che a qualunque commedia romantica classica, pur utilizzandone gli stilemi con intelligenza e ironia.
