REGIA
Quentin Tarantino
CAST
Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie.
GENERE
Drammatico
Our Score
8

C’è un grande equivoco attorno a Quentin Tarantino. L’equivoco nasce da quella che è una caratteristica unica (o quasi) del regista di Pulp Fiction: proporre un cinema fortemente personale e autoriale senza essere disprezzato (o, ancor peggio, ignorato) dal grande pubblico. Praticamente tutti i film di Tarantino sono stati anche dei successi commerciali, e l’oggetto di questa recensione non fa eccezione, tutt’altro.

E’ relativamente semplice capire i motivi per cui uno come Tarantino sia popolare. Personaggi fuori dagli schemi con comportamenti sopra le righe, scene elaborate che diventano degli instant classics pescando a piene mani nel repertorio dei b-movie e che hanno già, da tempo, incastonato la sua filmografia nell’immaginario collettivo.

Il problema è quando si cerca di leggere Tarantino concentrandosi solo sul livello “basso” del suo cinema, dimenticandosi del lato nostalgico-romantico, quello con cui si dimostra un genio nel raccontare una storia riscrivendo la Storia. Prima di entrare in sala, stavolta più che mai, occorreva aver fatto “i compiti a casa”. Chi pensava di trovare un semplice film tarantiniano in “C’era una volta…a Hollywood” deve essere rimasto deluso o quantomeno confuso, perché in questi 160 minuti di film ce ne sono almeno cinque, e solo uno (la sequenza finale) è esteticamente in linea con quello che lo spettatore medio si attende da Quentin Tarantino, che per quasi tre ore si diverte a dipanare la sua idea di cinema attraverso una nuvola di microuniversi.

Quentin Tarantino si conferma geniale nel raccontare una storia riscrivendo la Storia

Dopo essersi dedicato a due periodi cruciali per la storia americana come la Guerra Civile (Django Unchained e The Hateful Eight) e la Seconda Guerra Mondiale (Bastardi senza Gloria), Tarantino pesca un anno di svolta per la società e il costume, il 1969, lo ambienta nella sua Hollywood di riferimento e lo infarcisce con una sua personale riscrittura della Storia del Cinema. Per un uomo che “parla cinema” (cit. Enrico Ghezzi) questo atto può essere visto come una summa estrema della sua opera, o come la chiusura di una fetta importante della sua carriera.

La storyline portante e che prova, con poca convinzione, a tenere insieme le innumerevoli citazioni e meta-episodi di questa lunga pellicola, è quella che vede protagonisti  Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt). Amici per la pelle, il secondo lavora per il primo facendogli da controfigura. Dalton è infatti un attore di discreto successo costretto, per le logiche dello star system, a trovare una svolta nella carriera andando in Italia a girare spaghetti-western.

C’era una volta…a Hollywood contiene almeno cinque film diversi

Tarantino, da grande conoscitore della materia, descrive un’epoca di grande cambiamento nell’industria cinematografica. Abili mestieranti come Dalton costretti a ripiegare sul cinema di genere, l’arrivo di una nuova generazione di giovani registi (la cosiddetta New Hollywood) che manda in pensione l’Età dell’Oro. Tra questi, ovviamente, Roman Polanski, la cui vicenda personale con la moglie Sharon Tate e il santone-killer Charles Manson segnò l’opinione pubblica.

Tutti personaggi che rientrano nella pellicola, in ruoli più marginali. I coniugi Polanski sono i vicini di casa di Dalton, subentrati al figlio di Doris Day (ennesimo riferimento al passaggio da golden age a new Hollywood). Booth flirta con un’adepta della Manson Family fino a farsi accompagnare allo Spahn Ranch, dove la setta teneva segregato il vecchio proprietario, e dove Tarantino gira uno dei tanti “film nel film”, un mini-thriller con tutti i crismi.

C’era una volta…a Hollywood racconta un confronto generazionale conflittuale tra gli hippies e gli uomini più maturi come Dalton e Booth, e lo fa con un tono tra il sarcastico e il grottesco. Tarantino fa fatica a prendere qualcosa sul serio, come dimostra la scena dalle mille polemiche, quella in cui Brad Pitt combatte contro Bruce Lee, o una sua versione molto tarantiniana.

Anche in questo caso, però, si tratta di una prima lettura facile e superficiale, che non rende giustizia all’apparato nostalgico e più intimista del film, quello che si sofferma a riflettere sui mestieri del cinema, sull’attore in particolare. E’ quando la pellicola si separa dalla fisicità di botte e sangue, ed entra in una sfera emotiva, riflessiva, come nella sequenza in cui Rick Dalton racconta la storia del libro che sta leggendo ad una “collega” di set molto giovane.

La verità è che C’era una volta a…Hollywood presta il suo fianco ad una serie di analisi quasi infinite. È un racconto, un documentario, è finzione, senza soluzioni di continuità, e tratteggia una realtà varia e variopinta. L’amore per il cinema di Tarantino si profonde in varie sequenze, soprattutto nelle poche dove compare la Sharon Tate di Margot Robbie. Le prove attoriali di Leonardo DiCaprio e Brad Pitt sono complementari ed altrettanto funzionali ai fini registici. Il Rick Dalton di Leo è il simbolo del disfacimento e della ricostruzione, il Cliff Booth di Pitt è invece il perfetto e sornione osservatore, quello che non si lascia sorprendere da niente perché ha già vissuto tutto. E ad Hollywood si vivono più vite, tutte diverse ma che sottendono una comune esistenza.

Il testamento dell'idea di cinema di Tarantino
"C’era una volta a…Hollywood" è la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino?”. Un film che è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. Un cinema non perfetto, ma che non lascia indifferenti.
Il parere dei lettori0 Voti0
Cosa funziona
L'impercettibile fusione tra fatti storici e finzione
Le infinite citazioni metacinematografiche
Le prestazioni attoriali di DiCaprio e Pitt
E' metacinema di Tarantino...
Cosa non funziona
...con tutti i suoi difetti
Alcune sequenze sono ipertrofiche
8