Eddington

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Recensione

C’è un momento, guardando Eddington, in cui si capisce che Ari Aster sta tentando di scolpire il film-summa del nostro decennio. Non un film sul COVID, né sull’America, né sulla perdita, ma un grande mosaico espressionista che dovrebbe contenere: la pandemia, il trauma collettivo, il privilegio bianco, il razzismo sistemico, la salute mentale, la polarizzazione, la manipolazione dei social, la solitudine democratica, la mascolinità in crisi, la volontà di vivere, e magari pure qualche riflessione metafisica sul senso dell’essere in un mondo che si muove troppo velocemente per la nostra psiche. Tutto, insomma.

E come ogni tentativo di dire tutto, il risultato è che Eddington sembra un frullato di zeitgeist servito in bicchieri diversi, con la regia che passa da un genere all’altro come un turista ansioso che voglia provare ogni cibo del buffet prima che chiuda la colazione. Non è che manchi il coraggio — Aster ne ha sempre avuto da vendere — ma qui il rischio è più simile a quello del clown che tenta tre piramidi umane insieme: la platea applaude la voglia di stupire, ma intanto si domanda se fosse proprio necessario.

A tenerlo in piedi, facilmente, c’è Joaquin Phoenix, un attore che potrebbe recitare la lista della spesa e farla sembrare una discesa negli inferi. E infatti, a tratti, sembra che faccia proprio questo: passeggia, sbiascica, si tormenta, esplode, crolla, resuscita e implode in un’interpretazione potentissima eppure, paradossalmente, confusa. Non per colpa sua. Phoenix è come un gigantesco magnete: attrae, distrugge, ricostruisce la scena attorno a sé. Il problema è che la sceneggiatura, mentre lui magnetizza, tenta di inserire dentro il campo visivo un’enciclopedia di problemi sociali. E ogni volta che Phoenix tira a sé l’attenzione, Aster gli aggiunge un nuovo peso: “parla anche del privilegio! E della solitudine! E dei social! E della pandemia! E dell’identità! E dei cowboy interiori, visto che sei in un western moderno!”

Il film che vuole essere 10 film

È una forma di ambizione quasi commovente, questa di Aster. Lo si potrebbe paragonare a quella vena dei grandi romanzieri americani che, dopo il primo successo, decidono che il secondo libro deve essere L’Opera Totale. Ma la differenza è che un romanzo può starsene lì, fermo in libreria, e chi ha la pazienza di leggerlo lo legge. Un film, invece, deve parlare una lingua coerente — e Eddington cambia dialetto ogni dieci minuti.

C’è la parte satirica, che sembra uscita da una puntata troppo cupa di Atlanta,
c’è quella psicologica, da manuale DSM-5 con pagina strappata,
c’è quella sociale, con rimandi a ogni discussione dal 2020 al 2023,
c’è quella western, che prova a donare una bizzarra mitologia all’intero racconto,
c’è quella intimista, quasi malickiana,
e poi c’è quella politica, che guarda negli abissi della rabbia collettiva americana senza però avere il coraggio di affondare davvero la mano.

Non è un film caotico, perché sarebbe ingeneroso dirlo. È un film frammentario, come se fosse stato concepito per essere un puzzle in cui i pezzi non combaciano perfettamente, e la speranza è che lo spettatore creda che quella dissonanza sia intenzionale. A volte lo è. A volte no. A volte sembra proprio che Aster si trovi davanti a un tema e dica: “ah, già, devo dire qualcosa anche su questo”, infilando una scena simbolica che, da sola, potrebbe avere senso, ma che nel flusso complessivo funziona come un capitolo di troppo in un saggio già troppo lungo.

Temi giganteschi usati come post-it

Il punto più debole del film è proprio il suo modo di trattare tutto ciò che riguarda l’America di oggi.
Il COVID? Un riferimento qua e là, come se bastassero due scene con mascherine per evocare un trauma globale.
Il Black Lives Matter? Usato come contesto più che come interrogativo profondo.
I social? Presenti come vapori tossici che ogni tanto avvolgono la psiche del protagonista, ma che non riescono ad avere un ruolo strutturale.
La salute mentale? Phoenix fa tutto: dal crollo al mutismo, dai gesti compulsivi ai bagliori emotivi. Il film sembra dirti “ecco, vedi? La mente è complessa”. Grazie, Ari, lo sapevamo.
La manipolazione mediatica? Interessante, ma troppo poco integrata nella trama.
Il privilegio? Accennato, gestito più come un obbligo morale che come un vero asse drammaturgico.

È come se il film seguisse la “sindrome della checklist”, quella tipica dei prodotti che vogliono abbracciare la contemporaneità: si prende un argomento, lo si mette in scena, si fa vedere allo spettatore, e poi si passa oltre. È una sorta di buffet tematico, ma senza la dignità della scelta: ogni portata è lì per essere assaggiata, non approfondita.

L’ironia dell’America in terapia

Il tono è un altro problema.
A tratti Aster è lucido e acuminato, quasi feroce nel mostrare la frattura di un’America che parla lingue incompatibili. In queste parti il film è brillante, inquietante, persino necessario.
Poi, però, decide di essere sincero, lirico, emozionale. E qui perde equilibrio.
E subito dopo, capovolgendo la tavola, torna comico — ma non abbastanza comico da essere satira, non abbastanza satira da essere grottesco, non abbastanza grottesco da essere disturbante. Una zona grigia tonale che genera un effetto stranamente sonnambulistico: come se il film non sapesse davvero come si sente.

I momenti migliori, ironicamente, sono quelli più piccoli, più quotidiani, più insignificanti in apparenza: un dialogo sconclusionato, un gesto sgraziato, un’espressione di Phoenix che da sola vale un’intera riflessione sociologica. È come se il film funzionasse soprattutto quando smette di voler “parlare dell’America” e si limita a osservare un uomo attraversare un mondo che non sa più decifrare.

Joaquin Phoenix, ancora una volta, salva il salvabile

E qui bisogna dirlo: Phoenix è straordinario, ma la sua grandezza è anche una zavorra.
Perché ogni volta che entra in scena, catalizza tutto.
Schiaccia i personaggi secondari (che sembrano esistere solo in funzione dei suoi spiragli emotivi).
Schiaccia la trama.
Schiaccia perfino il genere che dovrebbe sostenere la storia.

Phoenix è più grande del film che abita — e il film non sa come contenerlo.
È come vedere un leone in un corridoio: magnifico, inquietante, ma troppo.
E soprattutto, la sua performance non è guidata da un arco narrativo chiaro: sembra più una sequenza di stati emotivi che un percorso psicologico definito.

Il coraggio c’è, la coerenza molto meno

Va riconosciuta però un’intenzione sincera: Eddington è un film che vuole dire qualcosa sull’America ferita, lacerata, polarizzata, distratta, stanca.
Non ci riesce sempre, ma almeno tenta la scalata al monte della complessità.
E questo è già più di quanto facciano tanti film contemporanei che, di fronte a temi simili, preferiscono giocare al sicuro.
Aster no.
Lui vuole sporcare le mani nella palude della psiche collettiva.
Peccato che, nel farlo, finisca per impantanarsi.

Dati del Film

Anno di uscita2025
Titolo OriginaleEddington
RegistaAri Aster
Genere:Western, Commedia, Poliziesco
Durata (in minuti): 149
Cast:Joaquin Phoenix, Deirdre O'Connell, Emma Stone, Micheal Ward, Pedro Pascal, Cameron Mann, Matt Gomez Hidaka, Luke Grimes, Amélie Hoeferle, Clifton Collins Jr., William Belleau, Austin Butler, Landall Goolsby, Elise Falanga, King Orba, Rachel de la Torre, David Pinter, Keith Jardine, David Midthunder, Juwan Lakota, Christine Hughes, William Sterchi, James Cady, Thom Rivera, Mickey Bond, Manny Rubio, Vic Browder, Diane Villegas, Kristin K. Berg, Robyn Reede, Dan Davidson, Guia Peel, Amadeo Arzola, Mack MacReady, Marcela Salmon, Sterlin English, Jason Potter, Jean Dumont, Emery Jean-Luc Barrera, Steven Foldy II, Eddie Garcia, Justice McLean-Davis, Abby Townsend, Kaleb Naquin, Auburn Ashley, Gigi Bella, Ophelia Benally, Sam Quinn, Gabe Kessler, Bill Capskas, Robyn Casper, Bendicion Garcia, Giancarlo Beltran, Blane Aranyosi, Rainer King, Daniel Clowes, Erika Clowes, Ari Aster, James Woods
Sceneggiatura:Ari Aster
Direttore della FotografiaDarius Khondji
Colonna sonoraDaniel Pemberton, Bobby Krlic
ProduttoreLars Knudsen, Ari Aster, Ann Ruark
Una produzione:A24, Square Peg, 828 Productions, IPR.VC, Access Entertainment
Nazioni produttriciUnited States of America|Finland
Budget:25000000
Ricavi:12912723
Eddington
Il Verdetto
Eddington è un film che sfida, irrita, ammalia, confonde. Ti tiene incollato, poi ti respinge; ti affascina, poi ti esaspera. A volte tocca nervi profondi, a volte sembra leggere a voce alta uno spiegone preso da Internet. È un film che avrebbe potuto essere gigantesco, ma che, proprio per la sua voglia di essere gigantesco, si dilata in mille direzioni senza sceglierne davvero una.
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Voto Finale

Enrico Giammarco
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