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Recensione
Ah, gli anni ’80: decennio d’oro di BMX volanti, amicizie intergalattiche e sogni adolescenziali alimentati da popcorn e sintetizzatori. Explorers, diretto da Joe Dante nel 1985, si presenta con tutte le carte giuste per entrare nel club esclusivo dei cult alla E.T.: ragazzini geniali, alieni eccentrici, un’astronave costruita in garage e quel sapore di avventura suburbana che allora era praticamente un genere a parte. Ma stavolta il razzo decolla con un buco nel serbatoio.
L’idea alla base di Explorers ha del potenziale: tre ragazzi sognano lo spazio e, spinti da misteriosi sogni tecnologici (sì, davvero), costruiscono una navetta spaziale artigianale. Nonostante il budget contenuto, la premessa regge. Soprattutto grazie a Joe Dante, già rodato con Gremlins, e a un giovane cast che oggi fa quasi tenerezza: Ethan Hawke al suo debutto, River Phoenix già inquietantemente bravo, e un terzo ragazzo che… vabbè, auguriamogli ogni bene.
Il problema? Il film sembra essere stato montato da qualcuno che ha letto la sceneggiatura per sbaglio al contrario. La Paramount, impaziente come un bambino il 24 dicembre, decise di far uscire Explorers prima che fosse finito. E si vede. Oh, se si vede.
La parte iniziale è sorprendentemente solida. C’è la giusta dose di meraviglia infantile, lo spirito di scoperta e quel pizzico di nostalgia retroattiva che oggi funziona da carburante per mezza Hollywood. Le dinamiche tra i ragazzi sono credibili, la costruzione della navetta è divertente, e c’è persino una sottile critica al conformismo scolastico. Tutto fila… per circa mezz’ora.
A questo punto, Dante decide di svoltare di 90 gradi e tuffarsi nella parodia grottesca dei media americani, in un’escalation di citazionismo e nonsense che sembra rubato da una puntata di Looney Tunes sotto acido. Gli alieni? Praticamente dei cabarettisti interstellari cresciuti a colpi di spot pubblicitari terrestri. L’intento satirico si coglie, ma è talmente sopra le righe da schiantarsi contro la stratosfera dell’incoerenza.
E poi… niente. Il terzo atto semplicemente non c’è. O meglio, c’è ma non sa cosa deve fare. Sembra che qualcuno abbia dimenticato di scrivere la fine del film e Dante abbia dovuto improvvisare qualcosa la notte prima della consegna. Le domande restano tutte sospese, il climax non arriva mai, e lo spettatore rimane lì, con lo sguardo perso nel vuoto, un po’ come gli astronauti alla deriva. A pensarci bene, un finale coerente con lo stato del progetto.
Sul piano tecnico, il film è figlio del suo tempo: effetti speciali carini, qualche tocco di design interessante (la navetta fatta di rottami è memorabile), e una colonna sonora di Jerry Goldsmith che cerca disperatamente di dare un senso epico a una storia che ha più buchi narrativi di una rete da pesca. I giovani attori fanno il loro, e già si intravede la stoffa di Hawke e Phoenix. Peccato che il film non sappia bene dove portarli.
Non sorprende che fu un flop al botteghino, né che oggi venga ricordato, quando va bene, come un “quello che NON è Navigator”. Un film che avrebbe potuto essere un classico e invece è diventato un quiz da cinefili nostalgici.
