first man recensione

First Man – Il primo uomo

L'eroe americano è nudo

First Man - Il primo uomo
Regia
Damien Chazelle
Genere
Biografico

Sono passati quasi cinquant’anni dalla passeggiata di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna, ma il mezzo secolo sfiorato sembra nulla rispetto alla lontananza culturale che possono provare le attuali generazioni verso l’epopea dello spazio, così intrisa di propaganda, così pretestuosa alla lunga gara a distanza USA-URSS che ha scandito il quarantennio post-bellico.

First Man non è solo tecnica. E’ la storia di un uomo incapace di superare il lutto più grande e di comunicarlo ai suoi cari

In un periodo storico in cui lo Spazio ha perso appeal, ad eccezione dei vagheggiamenti “marziani” di Elon Musk, e dove l’emorragia dei valori americani non sembra conoscere fine, ha destato sorpresa la scelta del pluripremiato regista Damien Chazelle di adattare per il grande schermo la biografia ufficiale di Armstrong. Passare da un musical a una biopic poteva essere un salto eccessivo anche per un talento estroso come quello del regista di Whiplash.

Come al solito, Chazelle confeziona un prodotto che è innanzitutto un gioiello tecnico. La fotografia sgranata e low-fi, coerente con l’epoca di narrazione, l’effetto traballante della telecamera a donare alla pellicola quell’aura da documentare, le inquadrature sbilenche e claustrofobiche, il montaggio vertiginoso. La resa è eccellente, gli astronauti sembrano dei veri pionieri, si coglie l’artigianalità e la buona dose di spericolato empirismo che caratterizzava le missioni dell’epoca.

Ma First Man non è solo tecnica. E’ la storia di un uomo incapace di superare il lutto più grande e di comunicarlo ai suoi cari, che si getta in quella “magnifica ossessione” che è raggiungere la Luna. A Neil Armstrong non interessava la gara con i russi oppure entrare nella Storia, la missione Apollo 11 era il modo per espiare la colpa di non aver potuto far nulla per salvare la vita della figlia.

first man scena

Pur non dimenticando di narrare l’eco mediatico delle imprese spaziali, il focus della pellicola è centrato sulle conseguenze domestiche dei rari successi e delle frequenti tragedie degli astronauti.

Passano i minuti, si succedono i test e i fallimenti, i conflitti con l’agenzia NASA e gli echi lontani delle proteste pacifiste, l’accumulo di lutti di amici e colleghi, e l’evoluzione del protagonista assume dei contorni oscuri. L’assenza dal ruolo paterno, il crepuscolo della relazione con la moglie Janet (una meravigliosa e convincente Claire Foy), l’imperscrutabilità espressiva di Ryan Gosling ci disegnano un eroe americano che è sempre sfuggito al ruolo (ce lo dice la vita reale: si dimise un anno dopo la missione) e che sembra avere più lati oscuri di quanto la campagna mediatica organizzata dalla NASA potesse ammettere con il mondo esterno.

Chazelle ricalca sul privato cittadino Armstrong perché dell’eroe Armstrong è già piena la retorica, e lo spettatore ha lo spoiler prima di entrare in sala. Pur non dimenticando di narrare l’eco mediatico delle imprese spaziali, il focus della pellicola è centrato sulle conseguenze domestiche dei rari successi e delle frequenti tragedie degli astronauti. L’operazione è riuscita talmente bene che arrivo a perdonargli anche la gestione del finale, quando risolve in maniera fin troppo banale l’accettazione del lutto da parte di Armstrong e la sua tensione con la moglie.

Cosa funziona
Tutto il comparto tecnico
Il focus narrativo
Ryan Gosling e Claire Foy
Cosa non funziona
La gestione del finale
8.5

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