
Dove vedere “Hedda” in streaming
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Recensione
Nia DaCosta non è nuova all’idea di prendere un materiale iconico, ben calibrato, stratificato da decenni di letture critiche, e di strapazzarlo fino a fargli uscire qualcosa di nuovo, scintillante e insieme un po’ indeciso. Lo aveva fatto con Candyman, che visivamente stregava e concettualmente arrancava, e lo rifà con Hedda, aggiornamento, rimaneggiamento, riassemblaggio di Hedda Gabler che è più un remix che un revival. Per quanto qualcuno ami chiamarlo “adattamento”, il film è un vero e proprio tentativo di rileggerne il cuore attraverso una lente modernista, sessuale, queer, razziale e soprattutto estetizzante. Se da un lato questa libertà interpretativa porta qualche scintilla interessante, dall’altro finisce per schiacciare l’opera sotto il peso del proprio stile, riducendo la complessità psicologica di uno dei personaggi più enigmatici del teatro europeo a un gioco crudele di formalismi visivi e psicodrammi un po’ compiaciuti.
DaCosta sposta l’azione dall’austera Oslo ottocentesca a una Gran Bretagna anni Cinquanta piena di luci artificiali, velluti saturi e candelabri che brillano come coltelli. In questa cornice, Hedda è una Tessa Thompson affascinante e imprevedibile, una donna che ha abbandonato la bohème per infilarsi in un matrimonio che sembra già in fase terminale. George, interpretato da Tom Bateman, è un accademico insipido, tirchio, incapace perfino di rendersi conto dell’aria che respira; Hedda invece è tutta superficie scintillante e moti interiori che DaCosta suggerisce, accenna, ma raramente porta davvero in profondità. I due stanno organizzando una grande festa nella loro villa enorme e stranamente vuota: ufficialmente una celebrazione del ritorno dal viaggio di nozze, ufficiosamente un tentativo piuttosto disperato di assicurare a George un incarico universitario decisivo. Nel frattempo, la macchina da presa registra Hedda mentre vaga armata di pistola, segno immediato che qualcosa nel suo equilibrio emotivo traballa già prima che i primi ospiti abbiano bussato alla porta.
La tensione esplode quando arriva una telefonata inattesa: una donna sta per unirsi alla festa. Non una semplice conoscente, ma una vecchia amante, Eileen Lovborg, interpretata da Nina Hoss, trasformazione radicale del ruolo originario, che in Ibsen era un uomo. Eileen arriva come un temporale dentro un quadro di Constable, una creatura colta, magnetica, sfrontata, apertamente lesbica, disposta a rompere le regole sociali che Hedda, per quanto insofferente, si sforza almeno superficialmente di rispettare. DaCosta costruisce tutto il film come una trappola per topi emotiva, un’unica serata in cui Hedda si aggira tra gli ospiti come una predatrice elegante, tirando fili invisibili, seminando gelosie, preparando piccoli incendi psicologici e aspettando di vedere chi andrà in fiamme, chi imploderà, chi le regalerà quel senso di controllo che le sfugge da ogni altra parte della sua vita.
Il problema è che DaCosta, nel ricalibrare Hedda per il pubblico contemporaneo, la rende non solo astuta e manipolatrice, ma quasi una sociopatica priva di sfumature. Nell’opera originale, Hedda era un enigma: crudele, sì, ma anche malinconica, idealista a modo suo, intrappolata in una rete di aspettative sociali e desolazioni intime che la rendevano tragica, non semplicemente odiosa. Qui, invece, la sua spietatezza è talmente ingrandita da risultare caricaturale. Le battute di Thompson sono superbe, piene di veleno raffinato, ma la regia non le concede il minimo cedimento, la minima incrinatura, la minima possibilità che dietro gli occhi lucidi ci sia davvero un tormento. L’impressione è che DaCosta voglia farne un’anti-eroina cool, una villain glamour a metà tra Saltburn e le dark ladies del noir classico, ma così facendo dimentica che il potere di Hedda non è mai stato nella malvagità, bensì nella tragedia della sua impotenza.
La questione razziale, che avrebbe potuto essere una chiave di lettura potente, viene accennata e subito abbandonata. Il film racconta una Hedda nera in un contesto sociale completamente bianco, ed è evidente che questa tensione potrebbe dare una profondità enorme al personaggio: il desiderio di rispettabilità, la paura di perdere un fragile status, la percezione costante di essere osservata e giudicata. Eppure DaCosta non osa davvero mettere le mani nel fango: lascia l’idea in superficie, ne suggerisce la presenza, ma non la affronta mai apertamente. La dimensione queer funziona meglio, soprattutto perché l’elettricità tra Thompson e Hoss è palpabile, ma anche qui la regia si limita a lavorare sul non detto, costruendo tensione sensuale senza però farne materia drammatica piena.
A un certo punto diventa chiaro che il centro emotivo del film non è Hedda, ma Eileen. Nina Hoss è straordinaria: porta con sé una gravitas feroce, una vulnerabilità mai stucchevole, una rabbia che rimane trattenuta dietro lo sguardo ma che pulsa in ogni gesto. La sua spirale discendente — professionale, affettiva, esistenziale — è la parte del film che regge meglio, quella in cui DaCosta sembra trovare una direzione, un senso, un cuore. E il fatto che il film finisca a orbitare attorno a lei, lasciando Hedda come una figura ai margini, una tessitrice di intrighi più meccanici che emozionali, è tanto interessante quanto pericoloso: si rischia di ottenere il contrario del titolo, un film in cui Hedda è la meno complessa tra le presenze in scena.
Visualmente, invece, DaCosta firma il suo lavoro più compiuto. La festa è un incubo dorato, un labirinto di colori saturi, corridoi che sembrano set teatrali e movimenti di macchina fluidi, quasi liquidi, che trasformano la villa in una specie di organismo vivente, pulsante di segreti e desideri repressi. C’è maestria nell’uso della luce, eleganza nel montaggio, un senso di ritmo che rende tutto ipnotico. È un film bellissimo da guardare e da ascoltare, elegante fino all’eccesso, confezionato con una cura maniacale. Ma qui sta anche la trappola: la regista sembra più interessata alla superficie del dramma che al suo centro. La bellezza visiva finisce per funzionare come un velo, una patina che copre la mancanza di una vera tesi, la debolezza strutturale della scrittura, la scelta di trasformare un enigma tragico in una cattiveria spettacolare.
