
Dove vedere “Il concorso” in streaming
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Recensione
C’è un sottogenere cinematografico, sempre più codificato, che potremmo chiamare:
“revisionismo storico dolce, lato femminista”.
Film che prendono un fatto reale, lo scuotono un po’, e ne distillano una morale chiara:
“il patriarcato ce l’aveva fatta sinora, ma stavolta no.”
Il concorso (Misbehaviour) entra in questa categoria con passo leggero, cast sorprendentemente alto di gamma e una confezione che sa di tè delle cinque e rivoluzione sotto traccia. È un film piccolo, ma orgogliosamente a tesi; quel tipo di produzione che non ha il budget per un carro armato, ma può permettersi Keira Knightley.
Siamo a Londra, 1970. L’evento che scuote il mondo non è la guerra del Vietnam, la musica di Bowie o gli esperimenti di Kubrick sulla mente: è Miss Mondo. Una cosa che oggi riesce a malapena a commuovere il pubblico della domenica su Canale 5, ma allora mobilitava le masse, le nazioni e… le femministe.
Da una parte abbiamo il fronte della protesta: la giovane madre-sociologa con ambizioni accademiche Sally Alexander (una Knightley che porta il femminismo con la stessa eleganza con cui porta un cappotto beige) e l’anarchico spirito di Jo (una Jessie Buckley che sembra uscita dal casting di Fight Club, ma pettinata meglio). Le due incarnano i due archetipi del femminismo di allora: quello “istituzionale” e quello “pianta-bombe metaforiche e non”. Funzionano bene in coppia, anche quando la sceneggiatura si ostina a ricordarci che sono diverse — davvero diverse — guarda come litigano!
Dall’altra parte dello schermo, abbiamo lo show business, che nel 1970 aveva ancora l’aroma della bistecca e del sigaro. In testa: Bob Hope, interpretato da un Greg Kinnear che mette insieme presunta simpatia, un sorriso di cartone e battute sessiste come se fossero confetti. Il film non ha grande pietà per lui: lo presenta come l’avatar del patriarcato, la caricatura del maschio autocelebrativo che è convinto di essere irresistibile e invece dovrebbe essere lasciato in silenzio a una riunione di condominio.
La dinamica centrale è semplice: le femministe interromperanno il concorso.
Non è spoiler: succede nella realtà, succede nel film e probabilmente succede anche nella mente dello spettatore prima ancora di iniziare la visione.
Il divertimento sta nel “come”: tra organizzazione improvvisata, gesti di goffa ribellione e una Londra che non sa bene se è pronta a smettere di misurare le donne con il metro.
Il film, però, non si limita alla prova di forza tra attivismo e show business: riconosce, con un certo garbo didattico, che all’interno del concorso stesso esiste una linea di frattura più sottile ma non meno importante. Quella legata alla rappresentazione razziale.
Entra in scena Jennifer Hosten (Gugu Mbatha-Raw), Miss Grenada, prima donna nera a vincere Miss Mondo. La sua storia porta dimensione, calore e una tensione che il film non approfondisce quanto meriterebbe, ma che comunque lascia il segno.
È lei il vero cuore del film, molto più delle due femministe litigiose: con delicatezza, mostra che esiste più di un modo per sfidare l’oppressione, persino indossando una corona di strass in diretta TV.
Philippa Lowthorpe dirige con mano tranquilla: nessun virtuosismo, nessuna ambizione estetica. È cinema funzionale, che mette primo piano e dialoghi dove servono, e lascia che siano gli attori a fare il lavoro. Il ritmo è snello, a tratti un po’ scolastico; gli snodi narrativi arrivano quando devono arrivare, le emozioni seguono percorsi prescritti. Non c’è nulla di sbagliato, ma nulla di memorabile.
Il film gioca in difesa.
Vuole piacere, raccontare bene, non disturbare oltre il minimo indispensabile.
L’ironia c’è, leggera come panna montata; le tensioni politiche scorrono veloci; i personaggi leggono l’epoca con grande consapevolezza contemporanea — forse troppa.
La sceneggiatura è onesta: non ha paura di essere didascalica quando serve, ma rinuncia a scavare fino in fondo nelle crepe del movimento femminista, nelle differenze di classe, di razza e di metodo. Preferisce fermarsi un passo prima, per non complicare un quadro che vuole restare universalmente digeribile.
