
Dove vedere “Il diavolo veste Prada” in streaming
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Recensione
Nel decennio che ha visto esplodere i pantaloni a vita bassa, MTV Cribs e la convinzione diffusa che bastasse una borsa firmata per riscattare l’anima, Il diavolo veste Prada è arrivato come una vetrina patinata su un mondo che sembrava irraggiungibile – quello dell’alta moda – e ha finito per raccontare molto di più: il capitalismo culturale, la trappola dell’ambizione e il prezzo (spesso esagerato) dell’adattamento.
Tratto dal romanzo semi-autobiografico di Lauren Weisberger, ex assistente di Anna Wintour, il film diretto da David Frankel sembrava destinato a essere uno dei tanti prodotti dell’epoca chick flick, quella categoria sempre in bilico tra empowerment femminile e stereotipi rosa confetto. Invece, pur abbracciandone in parte i codici narrativi (makeover incluso, ovviamente), la pellicola li supera con sorprendente lucidità.
L’universo di Runway, trasposizione fittizia di Vogue, diventa il campo minato in cui si muove Andrea Sachs (Anne Hathaway), aspirante giornalista intellettuale catapultata tra lustrini e redazionali, sotto lo sguardo chirurgico della glaciale Miranda Priestly (Meryl Streep, da manuale). Ma qui la moda non è solo sfondo: è linguaggio, potere, arma. E se all’inizio la protagonista si crede “superiore” a tutto questo, il film le restituisce presto la complessità delle sue scelte, mostrando come anche il rifiuto di certi meccanismi possa diventare una posa.
Miranda, personaggio che sarebbe potuto scadere nella caricatura della “strega dell’ufficio”, è invece uno dei ritratti più sofisticati del potere femminile nel cinema mainstream. La sua autorità non è demonizzata, ma nemmeno edulcorata. È solitaria, spietata, implacabile – e per questo terribilmente reale. La Streep le dona tridimensionalità con una performance calibrata al millimetro: niente urla, solo sguardi che congelano l’aria e silenzi che valgono più di mille dialoghi.
Accanto a lei, la Andrea di Anne Hathaway riesce a evolvere senza perdere autenticità. La sua trasformazione estetica, tanto discussa, è più uno strumento narrativo che un giudizio morale. E se la relazione tossica con il fidanzato Nate (tra i veri villain del film, a ben vedere) è oggi giustamente bersaglio di meme e revisionismi, resta interessante il modo in cui il film esplora la difficoltà del compromesso tra vita privata e carriera – tematica ancora attuale.
Da menzionare anche una fulminante Emily Blunt, nello scomodo ruolo della assistente cinica, stremata e senza redenzione, e uno Stanley Tucci in stato di grazia: il suo Nigel è l’unico uomo nel film a non essere ridotto a macchietta o ostacolo. Anzi, è guida, coscienza e cuore del film, spesso più comprensivo e profondo di tutti gli altri.
Riguardato oggi, Il diavolo veste Prada è un compendio estetico degli Anni Zero: BlackBerry, cinture larghe, frangette aggressive e una visione del “successo” completamente assorbita dalla cultura aziendale. In questo senso, è anche un documento prezioso su come veniva rappresentato il mondo del lavoro femminile nel mainstream: tra eccessi e concessioni, ma con il seme di un’emancipazione che oggi suona più moderna che allora.
Detto ciò, non si può ignorare quanto sia invecchiato male su certi fronti. Il bodyshaming strisciante, i disturbi alimentari trattati con leggerezza (quando non ridicolizzati), la giustificazione implicita di un ambiente professionale tossico: tutti elementi che oggi suscitano più fastidio che ironia. Tuttavia, il film riesce a non perdere del tutto la bussola etica, regalando alla protagonista un arco narrativo che non si risolve in una resa, ma in una scelta consapevole.
