
Titolo Originale
Il maestro
Regista
Data di uscita:
13/11/2025
Genere:
Durata (in minuti):
125
Cast:
Sceneggiatura:
Direttore della Fotografia
Colonna sonora
Produttore
Una produzione:
Indiana Production, Indigo Film, Vision Distribution, Sky, MeMo Films, Playtime
Nazioni produttrici:
Italia
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Recensione
Dimenticate l’asfalto bagnato e livido de Lโultima notte di Amore. Andrea Di Stefano, dopo averci illuso di essere il nostro Jean-Pierre Melville trapiantato tra le tangenziali milanesi, decide di cambiare racchetta, superficie e decennio. Ci trascina nel 1989, un anno che per molti รจ il crollo del Muro, ma che per il cinema italiano di oggi sembra essere diventato il nuovo Eldorado del “come eravamo prima degli smartphone”. Il Maestro รจ unโoperazione che trasuda sudore, terra battuta e una certa dose di quell’ostinazione autoriale che ti fa dire: “Poteva essere un capolavoro, e invece รจ un buon film con troppa ansia da prestazione”.
La prima cosa che colpisce, e lo dico con il sollievo di chi ha visto troppe ricostruzioni storiche comprate al reparto “vintage” di un grande magazzino cinese, รจ lโestetica. Qui il 1989 non รจ un filtro Instagram seppia applicato con svogliatezza. ร unโestetica tattile, sporca, quasi olfattiva. Si sente lโodore della gomma delle Superga consumate, il ronzio dei condizionatori dโaria che faticano a rinfrescare uffici di provincia arredati con il peggior gusto post-moderno, e soprattutto si sente il rumore secco della pallina sulla terra battuta. Di Stefano ha fatto i compiti a casa: la sua รจ una psychogeography della provincia italiana pre-tangentopoli, una “Italia di fuori” che non cerca mai la cartolina, ma la veritร del dettaglio. Le maglie Fila non sono immacolate, hanno lโalone di chi ha corso sotto il sole di luglio in un torneo di serie C a ridosso di qualche zona industriale. In questo, il regista si conferma un feticista della materia, capace di costruire un mondo che esiste indipendentemente dalla macchina da presa.
Poi, naturalmente, cโรจ Pierfrancesco Favino. Ormai parlare di Favino รจ diventato un esercizio di tautologia cinefila: lui รจ il cinema italiano contemporaneo, nel bene e nel male. In questo film veste i panni (stropicciati) di Raul Gatti, un ex campione che sembra uscito da una canzone di Paolo Conte scritta dopo una notte di troppi amari. Gatti รจ un uomo “ammaccato”, un re della terra rossa caduto in disgrazia, un personaggio che vive in quella zona grigia tra il genio dimenticato e il fallimento accettato con dignitร . Favino lavora di sorrisi falsi, di sguardi bassi e di una fisicitร pesante, quasi che la forza di gravitร su di lui agisse in modo diverso rispetto agli altri. La sua interpretazione รจ lโancora di salvezza del film: quando la sceneggiatura inizia a scricchiolare sotto il peso dei clichรฉ, basta un suo primo piano, un gesto stanco di chi sa di aver perso il treno della gloria, per riportare tutto su un piano di veritร emozionale.
Tuttavia, ed รจ qui che il cinefilo cinico che รจ in me inizia a storcere il naso, il film soffre di quella che potremmo definire la “sindrome del manuale di sceneggiatura”. Una volta stabilito il magnifico contesto e presentato il titanico protagonista, il film imbocca la strada del road movie formativo. E lo fa con una pigrizia di scrittura che contrasta violentemente con la ricercatezza della messa in scena. Il rapporto tra il Maestro (Raul) e lโallievo (il giovane Felice, interpretato da un pur bravo Tiziano Menichelli) segue binari talmente prevedibili che sembra di assistere a una partita di tennis dove sai giร che ogni smash finirร in rete.
La retorica del “riscatto attraverso lo sport” viene servita con una generositร di dialoghi esplicativi che tolgono ossigeno alla narrazione. Ci sono momenti in cui avresti voglia di urlare allo schermo: “Fate silenzio, fate parlare le immagini!”. Di Stefano, che alla regia dimostra una maturitร internazionale, sembra non fidarsi della forza del non-detto. Ogni trauma del passato deve essere spiegato, ogni conflitto col padre deve avere la sua scena madre urlata, ogni metafora tennistica sulla vita deve essere sottolineata tre volte con la matita blu. ร un peccato, perchรฉ la commedia agrodolce che sta alla base del racconto avrebbe beneficiato di un po’ piรน di asciuttezza. Invece, ci ritroviamo in un viaggio verso sud dove le tappe emotive sono segnalate da cartelli stradali giganti che recitano “Qui si impara a crescere” o “Qui si affrontano i propri demoni”.
Il problema principale esplode perรฒ nel finale. Avete presente quei buffet di matrimonio dove, dopo aver mangiato benissimo, ti portano dieci dolci diversi e pretendi che tu li assaggi tutti? Ecco, il finale di Il Maestro รจ esattamente cosรฌ. Di Stefano e i suoi sceneggiatori decidono che non basta chiudere il cerchio sul tennis. No, dobbiamo parlare della salute mentale, della pressione sociale sui giovani, del rapporto edipico mai risolto, della nostalgia di unโepoca che stava morendo, e magari infilarci pure un pizzico di critica al sistema sportivo corrotto. Il risultato รจ un sovraccarico tematico che annacqua lโemozione pura. La narrazione si sfilaccia, perde il ritmo sincopato che aveva allโinizio e scivola verso un melodramma che cerca il commovente a tutti i costi, perdendo di vista quell’equilibrio precario ma affascinante che aveva caratterizzato la prima ora.
Cโรจ unโironia involontaria nel vedere un film che parla di come imparare a gestire la sconfitta e il limite, per poi vedere la regia stessa che non riesce a darsi un limite, che vuole essere troppe cose insieme: un noir dell’anima, una commedia di costume, un trattato pedagogico. In alcuni passaggi sembra quasi che Di Stefano abbia voluto fare il verso a certi film di formazione americani degli anni ’80 (penso a un Karate Kid rivisto attraverso la lente di un Moretti in acido), ma senza averne la spudoratezza pop o la sintesi drammatica.
Nonostante queste cadute di stile nella scrittura, il film resta unโopera superiore alla media della produzione nazionale. La qualitร visiva, la cura maniacale per la ricostruzione storica (ripeto: non รจ un dettaglio da poco in un cinema che spesso si accontenta del “va bene cosรฌ”) e la performance di Favino giustificano ampiamente la visione. ร un film che vive di momenti, di frammenti di cinema purissimo sepolti sotto una coltre di retorica un po’ polverosa. Se vi piace il tennis, apprezzerete la correttezza tecnica; se vi piace il cinema di attori, adorerete Favino; se siete dei feticisti del 1989, avrete i brividi a ogni inquadratura di una cabina telefonica SIP. Se perรฒ cercate una sceneggiatura che non vi prenda per mano come se foste dei bambini al primo giorno di scuola, potreste finire la visione con un pizzico di amaro in bocca.
In fondo, Il Maestro รจ come quel tennista talentuoso che ha un servizio perfetto, un rovescio elegante, ma che nei momenti decisivi del match si fa prendere dall’ansia e inizia a sparare palline fuori dal campo cercando il colpo ad effetto che non serve. ร un film che vince il primo set in scioltezza, soffre nel secondo e finisce per vincere il match al tie-break, ma senza la brillantezza che ci si aspettava all’inizio.
