Il tesoro dell’Africa

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Recensione

Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil), diretto da John Huston nel 1953, è un film che sembra avere tutte le carte in regola per essere un classico del cinema d’avventura: una regia di prestigio, un cast di primo livello e una sceneggiatura firmata da Truman Capote. Tuttavia, il risultato finale è una pellicola che, pur tentando di sovvertire le convenzioni del noir e dell’avventura esotica con un tono ironico e disincantato, finisce per risultare un’operazione confusa e poco incisiva.

Il film segue un gruppo di avventurieri e truffatori, guidati dall’ambiguo Billy Dannreuther (Humphrey Bogart), che si ritrovano bloccati in un porto italiano mentre cercano di imbarcarsi per l’Africa. Il loro obiettivo? Impadronirsi di alcune ricche miniere di uranio. Attorno a Dannreuther gravitano personaggi eccentrici e doppiogiochisti, tra cui la moglie frivola e imprevedibile (Jennifer Jones), la sensuale Gina Lollobrigida, il viscido Peter Lorre e l’imponente Robert Morley. Tra dialoghi taglienti e situazioni paradossali, la trama si snoda tra tradimenti, alleanze instabili e una comicità che cerca di sovvertire i cliché del genere.

Se sulla carta il film prometteva scintille, la sua realizzazione si rivela meno brillante del previsto. Il problema principale è il tono: Il tesoro dell’Africa non è né un’avventura avvincente né una commedia pienamente riuscita. L’intento di Huston e Capote era quello di parodiare i film d’avventura classici, ma la satira non è mai abbastanza affilata e la narrazione soffre di un ritmo discontinuo.

Bogart, che qui interpreta un ruolo in apparenza simile a quello dei suoi iconici avventurieri disillusi, sembra piuttosto svogliato, complice anche un incidente sul set che lo costrinse a lasciare alcune scene alla sua controfigura. Jennifer Jones si impegna nel suo ruolo di moglie svampita e infedele, ma il personaggio è troppo superficiale per risultare davvero memorabile. Gina Lollobrigida, al suo debutto hollywoodiano, aggiunge un tocco esotico ma ha poche vere occasioni per brillare.

A rubare la scena sono piuttosto due fini caratteristi: Peter Lorre, perfettamente a suo agio nei panni di un truffatore untuoso e manipolatore, e Robert Morley, che con la sua imponente presenza fisica e la sua ironia britannica riesce a regalare i momenti più divertenti del film.

Uno dei problemi principali di Il tesoro dell’Africa è che la sua ironia risulta troppo blanda per essere realmente sovversiva. Se film come L’uomo che volle farsi re (sempre di Huston) riescono a smontare il mito dell’avventura con un perfetto equilibrio tra umorismo e tragedia, qui la satira appare incerta e frammentaria. Il noir avventuroso viene preso in giro, ma senza una vera direzione.

Anche la sceneggiatura di Capote, pur arricchita da dialoghi brillanti e battute argute, non riesce a dare coesione alla storia. Il film sembra procedere per episodi slegati, senza una tensione narrativa efficace. Questo si riflette anche sul ritmo, che alterna momenti vivaci a lunghe sequenze prive di mordente.

Il tesoro dell’Africa
Il Verdetto
Il tesoro dell’Africa è un film interessante più per il suo contesto produttivo e per il talento coinvolto che per la sua effettiva riuscita artistica. Pur avendo un cast eccezionale e alcuni momenti di umorismo raffinato, si tratta di un’opera minore di John Huston, che non riesce a decidere se essere un’avventura, una parodia o una commedia sofisticata.
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Voto Finale

Enrico Giammarco
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