Dove vedere “La città proibita” in streaming
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Recensione
Dopo Freaks Out, Gabriele Mainetti torna con La città proibita, un film che cerca di mescolare l’epica del cinema d’azione di Hong Kong con il dramedy tipico del cinema italiano. Ambientato nel quartiere Esquilino di Roma, cuore pulsante della comunità cinese nella capitale, il film segue le vicende di una giovane cinese (interpretato dall’ex stuntwoman Yaxi Liu, all’esordio come attrice) che si trova coinvolta in una faida tra due famiglie di ristoratori: una cinese e una romana.
L’incipit è folgorante: la sequenza iniziale, una citazione dichiarata di The Raid, offre un combattimento serrato e girato con una regia pulita e dinamica, dimostrando ancora una volta il talento di Mainetti nel gestire la fisicità dell’azione. Nei primi 40 minuti, la pellicola riesce a fondere in modo convincente la tensione da action asiatico con un’atmosfera da crime drama metropolitano, sfruttando al meglio la fotografia cupa e i vicoli labirintici dell’Esquilino. Mainetti mostra una grande passione per il cinema di Hong Kong, e lo fa con un occhio attento alla messa in scena. Le scene d’azione, coreografate con precisione, sono il punto di forza del film: gli scontri fisici sono ben costruiti, con una regia che esalta i movimenti e il dinamismo senza abusare di montaggi frenetici.
Il problema, però, è che questo stile sembra concentrato solo nella prima metà del film. Se l’inizio promette bene, col passare del tempo La città proibita inizia a sfilacciarsi, fino a sembrare due film distinti: da una parte, un crime movie in stile Johnnie To con intrighi e tradimenti, dall’altra, un dramedy con attori italiani che sembrano recitare in un film completamente diverso.
Man mano che la narrazione procede, il film si sposta sempre più verso il dramedy italiano, con scelte stilistiche e narrative che sembrano uscire da un altro registro. La fotografia si fa più calda, la regia meno serrata, il tono più leggero. Il risultato è uno squilibrio evidente, che rischia di far perdere forza al messaggio del film. L’Esquilino, presentato inizialmente come un microcosmo multietnico pulsante e unitario, viene poi mostrato come un insieme di comunità parallele, ognuna con le proprie regole. Se questa era una scelta voluta per enfatizzare la difficoltà dell’integrazione, risulta controproducente rispetto al messaggio generale del film, che sembrerebbe invece celebrare la commistione culturale.
Yaxi Liu è una rivelazione: fisicamente credibile nelle scene di combattimento, riesce a gestire anche le parti più drammatiche con una naturalezza sorprendente per una esordiente. Bene anche il villain cinese, interpretato dal veterano Chunyu Shanshan, che porta un carisma inquietante al suo boss mafioso.
Dove invece il film scricchiola è nel comparto italiano. Marco Giallini e Sabrina Ferilli interpretano rispettivamente un vecchio strozzino romano e la madre del co-protagonista Marcello (Enrico Borello), ma entrambi sembrano eccessivamente macchiettistici. I loro dialoghi sono spesso costruiti su cliché che sembrano fuori luogo con la pellicola. Inoltre, alcune scene sembrano inserite più per omaggiare il cinema italiano che per reale necessità narrativa: la corsa in Vespa per Roma con chiaro riferimento a Vacanze Romane e che strizza l’occhio a La Dolce Vita… momenti che risultano più forzati che evocativi.
Uno degli aspetti più deludenti di La città proibita è il climax. Dopo un inizio esplosivo, ci si aspetterebbe un finale altrettanto spettacolare, ma lo scontro conclusivo tra il protagonista e il boss cinese è stranamente fiacco. La coreografia del combattimento è meno ispirata rispetto alle scene precedenti e la location anonima (un magazzino qualsiasi) non aiuta a renderlo memorabile.
Questa perdita di intensità sembra il risultato di uno sbilanciamento nella scrittura: Mainetti ha puntato tutto sulle scene iniziali, lasciando il terzo atto con meno mordente. In un film che vive di contrasti e contaminazioni, il problema è che proprio il momento più importante manca di personalità.
