
Dove vedere “L’orribile verità” in streaming
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Recensione
C’è qualcosa di impalpabile ma potentissimo che rende L’orribile verità (The Awful Truth) una pietra miliare della screwball comedy degli anni ’30: una chimica incandescente tra due interpreti al loro massimo, una regia capace di giocare con i toni senza mai forzare la mano, e una sceneggiatura che pur partendo da una matrice teatrale si muove con leggerezza cinematografica.
Leo McCarey firma qui una delle sue opere più celebrate, guadagnandosi a pieno titolo l’Oscar alla regia, e costruisce un’opera che è molto più di una semplice commedia romantica: è uno studio acuto — e irresistibilmente comico — sull’amore, sull’orgoglio, e su quella guerra sottile e quotidiana che può consumare (o rinvigorire) un rapporto di coppia.
Tratto dalla pièce teatrale di Arthur Richman, il film segue le vicende di Jerry (Cary Grant) e Lucy (Irene Dunne), coppia dell’alta borghesia newyorkese che, dopo un reciproco sospetto di infedeltà, decide di divorziare. Tuttavia, durante il periodo di separazione legale, i due scoprono lentamente — tra situazioni assurde, nuovi corteggiatori e sottili gelosie — che l’amore, quello vero, resiste anche alle scaramucce più distruttive.
La forza di L’orribile verità non sta tanto nella trama, piuttosto lineare e prevedibile, quanto nell’energia viva con cui viene messa in scena. McCarey lavora sull’improvvisazione — spesso in modo sorprendentemente moderno per l’epoca — lasciando ampio spazio ai suoi interpreti. Né Grant né Dunne avevano letto interamente la sceneggiatura prima delle riprese: il risultato è una spontaneità rarefatta che illumina ogni scambio, ogni silenzio e, soprattutto, ogni battibecco.
Cary Grant, con il suo inconfondibile mix di eleganza ironica e vulnerabilità malcelata, trova qui una delle prime vere prove del suo personaggio-tipo: il gentiluomo che cade con stile, incapace di dominare una realtà sentimentale più caotica di quanto vorrebbe. Irene Dunne, in stato di grazia, gli tiene testa con un’eleganza e una comicità rare, meritandosi una nomination all’Oscar come miglior attrice.
Le loro schermaglie verbali, perfettamente ritmate, sono il cuore pulsante del film. Ma ciò che colpisce davvero è il sottofondo emotivo, mai urlato, che attraversa tutta la vicenda: dietro ogni frecciata si intravede una malinconia sincera, una nostalgia del “noi” che fu, e che forse potrebbe essere ancora.
McCarey firma un lavoro che riesce ad essere insieme sofisticato e popolare. La sua regia è al servizio degli attori, sì, ma non rinuncia a momenti di brillante invenzione visiva — si pensi al celebre numero musicale improvvisato da Lucy, o alle scene con il cane Mr. Smith, comprimario silenzioso ma fondamentale nella dinamica relazionale. La comicità fisica si alterna a dialoghi affilati, senza mai cadere nel grottesco o nel farsesco.
Nonostante siano passati quasi novant’anni, L’orribile verità conserva una freschezza che molti prodotti odierni faticano a raggiungere. Merito di un equilibrio perfetto tra cinismo e tenerezza, di un’intuizione precisa su come funziona davvero l’amore, e di due interpreti che riescono a rendere ogni gesto credibile, ogni battuta memorabile.
Va anche ricordato che il film non è il primo né l’ultimo adattamento della commedia di Richman: versioni precedenti (1925, 1929) e successive (come Ancora e sempre del 1953) hanno cercato di catturare la stessa magia, ma solo McCarey è riuscito a renderla immortale.
