
Dove vedere “Mission: Impossible – The Final Reckoning” in streaming
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Recensione
Con The Final Reckoning, l’ottavo capitolo della saga Mission: Impossible, Christopher McQuarrie e Tom Cruise tentano un’impresa tanto ambiziosa quanto rischiosa: chiudere il ciclo di Ethan Hunt non solo con un’azione mozzafiato, ma con un peso tematico inedito per la serie. Il risultato, però, è un’opera che smarrisce il cuore pulsante del franchise – l’irriverente spettacolarità – in favore di una seriosità quasi messianica che appesantisce il ritmo e ne svilisce lo spirito originario.
Al centro della storia troviamo, prevedibilmente, Ethan Hunt. Ma questa volta non è soltanto una questione di bombe da disinnescare o di agenti doppiogiochisti. È una resa dei conti interiore, un viaggio nella memoria e nella responsabilità. Tutti i personaggi parlano del passato, delle scelte compiute, del senso del sacrificio. “Siamo la somma delle nostre scelte” diventa quasi un mantra ripetuto con insistenza, come se il film avesse il costante bisogno di spiegarsi da solo. È un tentativo dichiarato di portare la saga su un piano filosofico, quasi spirituale, ma che finisce per suonare pretenzioso.
Il nemico di turno è l’Entità, una superintelligenza artificiale invincibile, intangibile e, per buona parte del film, anche incredibilmente poco minacciosa. La minaccia, più che avvertita, viene spiegata – ancora e ancora – in dialoghi verbosi e impacciati. Nonostante il cast sia composto da attori talentuosi (Cruise, Atwell, Pegg, Rhames, Kirby e una serie incredibile di caratteristi delle serie TV come Nick Offerman, Hannah Waddingham, Shea Whigham, Tramell Tillman), spesso tocca a loro l’ingrato compito di dare dignità a battute che sembrano uscite da un manuale di scrittura motivazionale.
Tom Cruise, ancora una volta instancabile, è il motore del film, ma non più il suo cuore. Il suo Ethan Hunt qui assume i contorni di una figura quasi mitologica, salvifica, infallibile – un redentore solitario che porta il peso del mondo sulle spalle. Ma proprio in questa impostazione solenne e monocorde si perde quella scintilla anarchica che aveva reso la saga così amata: il piacere dell’impossibile, dell’assurdo eseguito con serietà ma senza pesantezza.
L’azione, vero marchio di fabbrica della serie, c’è, ma stavolta colpisce meno. Nonostante alcuni momenti spettacolari (una sequenza in montagna, un inseguimento in treno), manca la freschezza coreografica dei precedenti capitoli. Il senso di déjà-vu è costante, e la tensione, invece di salire, si diluisce in una narrazione troppo lunga e verbosa. A tratti sembra che The Final Reckoning voglia convincerti della sua importanza più che divertirti.
McQuarrie è un regista affidabile, e la confezione tecnica è impeccabile. Montaggio, fotografia e colonna sonora lavorano tutti per elevare il tono drammatico dell’opera. Ma è proprio questa voglia di “elevazione” a tradire la natura stessa di Mission: Impossible, che ha sempre flirtato con l’assurdo con un sorriso ironico. Quando anche una saga come questa smette di divertirsi, il rischio è di diventare ciò che più teme: noiosa e dimenticabile.
