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Recensione
Mettiamo subito le cose in chiaro: no, non è un film di Lando Buzzanca. E sì, il titolo italiano grida vendetta al cielo, tanto da far sembrare Francois Truffaut un precursore della commedia sexy all’italiana, invece che il raffinato giocoliere del sentimento che è sempre stato. Ma sotto questa scorza di doppi sensi da sabato pomeriggio su Rete 4, si cela il quarto capitolo della saga di Antoine Doinel, alter-ego eterno-adolescente di Truffaut e incarnato dal sempre più irresistibile Jean-Pierre Léaud.
Il titolo originale, Domicile conjugal, è molto più azzeccato: ci introduce a un Antoine ora marito (di Christine, l’adorabile Claude Jade) e impantanato in una routine matrimoniale che solo Truffaut poteva raccontare con tale leggerezza, senza farla sembrare una condanna a vita.
Dopo i toni più cupi e introspettivi di I 400 colpi e Baci rubati, Truffaut vira ancora di più verso la commedia sentimentale, costruita però con l’attenzione al dettaglio narrativo e visivo che è sempre stata il suo marchio di fabbrica. Ogni scena è un frammento essenziale, spesso frenetico, dove il ritmo non dà respiro: succede qualcosa in continuazione, e se ti distrai un secondo, rischi di perdere un passaggio importante.
Ma è qui che arriva la magia: non importa davvero se perdi qualche connessione narrativa, perché c’è Léaud, istrionico e spontaneo, che tiene insieme tutto con quella sua goffaggine adorabile e quell’aria perennemente spaesata. È un comico naturale, ma non cerca mai la risata facile: la strappa per sottrazione, con un gesto, uno sguardo, una pausa troppo lunga.
Sì, al centro c’è un triangolo amoroso, e sì, è più un pretesto che un veicolo per una riflessione sociale. Ma chi se ne importa? Truffaut sembra divertirsi nel mettere in scena l’irrequietezza del suo protagonista, incapace di restare fedele non per vizio, ma per una sorta di immaturità affettiva cronica. Il tradimento, in fondo, è trattato quasi con indulgenza: un inciampo inevitabile nel percorso confuso della crescita sentimentale.
Christine, dal canto suo, è tutto fuorché una vittima. È intelligente, ironica, con uno sguardo che vede tutto prima ancora che accada. E quando la relazione si incrina, non esplode: osserva, incassa, agisce. Truffaut, da buon ex critico, sa bene che una donna scritta male può affondare un film. E qui non c’è pericolo.
Il regista francese gioca con la macchina da presa con la stessa leggerezza con cui racconta: carrelli fluidi, inquadrature composte e improvvise rotture di ritmo che tengono lo spettatore sveglio. La narrazione è spezzata, quasi episodica, ma non c’è mai la sensazione di dispersione: ogni pezzo trova il suo posto, anche se a volte solo dopo un po’.
