Titolo Originale
Un flic
Regista
Data di uscita:
01/10/1972
Genere:
Durata (in minuti):
100
Cast:
Sceneggiatura:
Una produzione:
Oceania Film, Euro International Films, Les Films Corona
Nazioni produttrici:
Francia, Italia
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Con Un Flic – uscito in Italia con il titolo Notte sulla città – Jean-Pierre Melville firma il suo ultimo film, una sorta di testamento artistico e spirituale che sembra chiudere non solo la sua carriera, ma anche una visione del mondo e del cinema. Il noir melvilliano, tanto affascinante quanto gelido, raggiunge qui una forma quasi distillata, ridotta all’essenziale, svuotata di tensione ma colma di un silenzioso e inesorabile disincanto.
La trama, in apparenza semplice, ruota attorno a Edouard Coleman (interpretato con distacco algido da Alain Delon), un commissario di polizia parigino impegnato a indagare su una serie di rapine orchestrate da una banda di criminali, uno dei quali è un suo vecchio amico. La sovrapposizione tra le due sfere – quella del poliziotto e quella del criminale – è il cuore dell’opera, ma Melville la affronta non più con il romanticismo stoico di Le Samouraï o la tensione morale di Le Cercle Rouge, bensì con uno sguardo svuotato, quasi clinico.
Non c’è pathos, non c’è suspense, e non c’è redenzione. Il film è immerso in una nebbia costante – letterale e simbolica – in cui i personaggi si muovono come ombre svuotate di motivazione. Nessuno cerca realmente qualcosa, se non l’adempimento del proprio ruolo, come in un rituale che ha perso ogni significato. Coleman persegue i criminali non per giustizia, ma per dovere. I ladri compiono i colpi come automi, senza enfasi né godimento. Anche i tradimenti sembrano atti dovuti, più che gesti di volontà.
I protagonisti di Un Flic incarnano la poetica melvilliana in forma estrema: silenziosi, imperscrutabili, legati a codici di comportamento che non servono più a nulla. L’onore, la lealtà, il dovere: sono reliquie di un tempo che non esiste più, ma a cui si continua a rendere omaggio, come se solo il gesto rituale potesse ancora dare senso all’esistenza. Tuttavia, a differenza dei film precedenti, qui Melville sembra meno coinvolto emotivamente. Non c’è più tensione tra idealismo e realtà: solo la consapevolezza che tutto è finito, e ciò che resta è un’eco svuotata.
Questo si traduce in uno stile che oscilla tra la perfezione formale e l’autocompiacimento manierista. La regia è elegante, ma distaccata. La famosa scena del colpo sul treno, pur essendo un saggio di composizione e ritmo, appare sterile, priva di mordente emotivo. La fotografia glaciale e i silenzi interminabili accentuano l’impressione di un film sospeso, quasi morto.
Un Flic è un film terminale, e nel senso più profondo del termine: non solo perché rappresenta l’ultima opera di Melville, ma perché incarna la fine di un’epoca, di un’idea di cinema e di moralità. Non ci sono più eroi né anti-eroi, ma soltanto ruoli svuotati, reiterati senza convinzione. La consapevolezza dell’autore è lucida e dolorosa, ma la distanza emotiva che il film impone allo spettatore rischia di renderlo un esercizio stilistico più che un’opera vissuta.
