E’ veramente difficile comprendere fino in fondo, per chi non li ha vissuti, il livello di politicizzazione e di scontro sociale raggiunto nel nostro Paese durante gli Anni Settanta. La cinematografia dell’epoca non ha lesinato nel raccontare la realtà, grazie ad autori come Francesco Rosi ed Elio Petri. Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio appartiene di diritto alla ricca filmografia di denuncia del decennio.

Release Date
19 Ottobre 1972
REGIA
Marco Bellocchio
CAST
Gian Maria Volonté, Laura Betti, Jacques Herlin, Carla Tatò, Fabio Garriba, John Steiner.
GENERE
Drammatico
La trama è piuttosto semplice: a Milano, una studentessa liceale viene violentata e uccisa. Il redattore capo di un grande quotidiano indipendente scatena una campagna contro un extraparlamentare accusandolo del delitto.

Sceneggiato da Goffredo Fofi su soggetto di Sergio Donati, questo film è un interessante esperimento di fiction calata in una realtà tesa e necessaria di narrazione. Da un lato si apre con un vero comizio di estrema destra e con i celebri funerali di Feltrinelli, dall’altro utilizza dei personaggi-cliché per paradigmare il fortissimo legame tra media e potere dell’epoca, che portò alla nascita di un necessario lavoro di contro-informazione.

Giancarlo Bizanti (interpretato da un mellifluo e compiaciuto Gian Maria Volontè) è un giornalista totalmente disinteressato dalla verità. La sua penna è esclusivamente capace di una narrazione piegata agli scopi del suo quotidiano, apertamente schierato e reazionario. Egli estremizza il diritto di cronaca con delle illazioni del tutto artefatte, sfruttando le poco attendibili dichiarazioni dell’anarchica Rita Zigai (Laura Betti) per mettere nei guai un avversario, un esponente politico di estrema sinistra.

Bellocchio è sapiente nel dirigere un film che non scivola mai veramente nel genere poliziesco, ma che si avvicina all’arte di Petri nel tentare una dimostrazione per tesi. I veri mostri sono quelli che stanno dietro nella sala dei bottoni, i padroni, e il finale, che può sembra consolatorio, è in realtà la sferzata finale sull’assoluto vuoto morale della classe dirigente.

Trivia: inquietante come la testata dove lavora Bizanti si chiami “Il Giornale” (che sarebbe stato poi fondato da Montanelli due anni dopo) e sia anche in quel caso una testata rappresentativa della destra borghese e imprenditoriale.