Turbo

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Recensione

Nella lunga lista di film della DreamWorks che fluttuano nel limbo tra “carino, ma chi se lo ricorda?” e “non so perché l’ho visto, ma so che l’ho visto”, Turbo si guadagna una nicchia tutta sua. E non perché sia geniale, innovativo o memorabile… ma perché riesce a essere una favola sportiva così scolastica e prevedibile da sembrare generata da un algoritmo di cliché per famiglie.

L’idea di partenza? Una lumaca che sogna di correre alla 500 Miglia di Indianapolis. E ci riesce, grazie a un incidente che gli dona la super-velocità. Ora, su carta potrebbe sembrare una di quelle premesse folli che, se trattate con ironia intelligente, funzionano alla grande. Un mix tra Fast and Furious e Flash. Peccato che qui la follia si fermi al concept, e il resto sia un’infilata di personaggi e situazioni che oscillano tra il banale e l’imbarazzante.

Ogni figura sullo schermo sembra scolpita nella gomma, con un unico tratto caratteriale sparato a ripetizione fino allo sfinimento. Il protagonista è l’eroe ingenuo e testardo, il fratello è il guastafeste razionale, il gruppo di lumache amiche è un campionario di gag forzate.

Il problema non è la semplicità (i film d’animazione made in USA vivono di archetipi), ma l’assenza di qualsiasi sfumatura. Anche i momenti “emotivi” sembrano inseriti per dovere di scaletta, non perché ci sia una reale intenzione di costruire empatia. Il risultato? Guardi questi personaggi muoversi, parlare, “crescere” e… ti importa meno che di un post sponsorizzato su Facebook.

Come se non bastasse, Turbo riesuma senza vergogna i vecchi stereotipi etnici da Shark Tale, con personaggi secondari che sembrano usciti da un cabaret di battute datate. Un’operazione che oggi (e forse già nel 2013) sa di anacronismo puro. Più che caratterizzare, semplifica fino al caricaturale, e non in senso virtuoso.

Il percorso narrativo è quello della più classica parabola sportiva: sogno impossibile → incidente che cambia tutto → fase di allenamento → sconfitta morale → riscossa finale. Nessuna deviazione, nessuna sorpresa, nessun momento di rischio vero per la storia. Già dopo venti minuti puoi indovinare la scena finale, battuta compresa.

Tecnicamente, la DreamWorks non sbaglia: animazione fluida, colori vivaci, design pulito. Ma è la tipica perfezione formale che serve solo a mascherare il vuoto sotto. Come un trailer di auto di lusso… che però nasconde un motore da utilitaria.

Dati del Film

Anno di uscita2013
Titolo OriginaleTurbo
RegistaDavid Soren
Genere:Animazione, Famiglia
Durata (in minuti): 96
Cast:Ryan Reynolds, Paul Giamatti, Michael Peña, Samuel L. Jackson, Luis Guzmán, Bill Hader, Snoop Dogg, Maya Rudolph, Ben Schwartz, Richard Jenkins, Ken Jeong, Michelle Rodriguez, Mike Bell, Mario Andretti, Aidan Andrews, Aaron Berger, Jen Cohn, Ryan Crego, Rich Dietl, Paul Dooley, Derek Drymon, Susan Fitzer, Dario Franchitti, Brian Hopkins, Joseph Izzo, Gordon James, Andrea Montana Knoll, Chris Miller, Latifa Ouaou, Paul Page, Chris Parnell, Will Power, Lashana Rodriguez, James Ryan, Lloyd Sherr, Kurtwood Smith, David Soren, Paul Soren, Lisa Stewart, Mark Walton
Sceneggiatura:David Soren, Darren Lemke, Robert Siegel
Direttore della FotografiaChris Stover
Colonna sonoraHenry Jackman
ProduttoreLisa Stewart
Una produzione:DreamWorks Animation
Nazioni produttriciUnited States of America
Budget:135000000
Ricavi:282570682
Turbo
Il Verdetto
Turbo non è un disastro colossale, ma è il genere di film che non ti lascia niente: nessuna battuta memorabile, nessun momento emotivo autentico, nessuna scena che resti impressa. È una corsa veloce verso il dimenticatoio, con qualche gag slapstick a fare da carburante e una buona dose di déjà-vu narrativo.
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Voto Finale

Enrico Giammarco
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