Nella carne
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Descrizione
Sinossi
Recensione
Se c’è una certezza nella parabola letteraria di David Szalay, è che l’ottimismo non è mai stato di casa. Nei suoi lavori precedenti l’angoscia viaggiava in prima classe su voli intercontinentali, si consumava nelle lounge degli aeroporti o si disperdeva nel grigiore iper-connesso di una sbiadita Unione Europea. Con Nella carne, l’autore decide di tagliare drasticamente le spese di viaggio. Il nomadismo geopolitico si ferma, i passaporti restano nel cassetto e l’indagine si restringe a un raggio d’azione spietatamente intimo: il corpo umano, inteso come l’ultimo, ineludibile confine non globalizzabile. Il vero viaggio antropologico, scopriamo fin dalle prime pagine, non è più quello attraverso le frontiere, ma quello del tempo che consuma i tessuti, logora le sinapsi e smantella le illusioni.
Szalay abbandona le grandi distanze per concentrarsi sulla precarizzazione biologica, mettendo in scena un microcosmo dove la carne non è una dimora, ma una trappola a lento rilascio. Eppure, grattando la superficie di questa prosa chirurgica e millimetrica, ci si accorge che il romanzo non obbedisce soltanto alle leggi della natura, ma a un disegno autoriale ben più cinico, quasi geometrico, che poggia su tre pilastri tanto affascinanti quanto programmatici.
Istvan, l’eroe del “vabbè” e il trionfo dell’inerzia
Il primo elemento che colpisce, lasciando un retrogusto di sottile e frustrante ironia, è la totale abdicazione del protagonista dal suo ruolo di agente storico. Istvan non è un antieroe nel senso classico, termine che presupporrebbe comunque una qualche forma di ribellione o di attrito contro il mondo. Istvan è, molto più semplicemente, un corpo solido immerso in un fluido che si limita a registrare gli urti della corrente.
Nella grande tradizione della letteratura occidentale, il protagonista si muove, sceglie, sbaglia, combatte. Istvan no. Lui subisce. Subisce le dinamiche relazionali, subisce il tempo che passa, subisce le scelte altrui e, soprattutto, subisce le proprie pulsioni biologiche con la stessa rassegnata passività con cui si accetterebbe un bollettino meteorologico avverso. Se una catastrofe si abbattesse nella sua stanza, probabilmente Istvan si limiterebbe a scostarsi di qualche centimetro per non farsi coprire dalla polvere, emettendo un sospiro interiore.
Questa totale privazione di iniziativa trasforma il protagonista in un puro guscio reattivo. È un uomo privato di spina dorsale decisionale, un perfetto esemplare di mascolinità contemporanea paralizzata, incapace di opporre una qualsiasi resistenza etica o intellettuale agli eventi. Szalay lo osserva con lo sguardo distaccato di un entomologo che studia un insetto che ha smesso di agitare le zampe e si lascia trasportare dal vento. L’inerzia diventa così la vera condizione esistenziale del romanzo: l’azione è un’illusione, la scelta è una vanità; l’unica cosa reale è la capacità di incassare i colpi finché i tessuti reggono.
Edipo sotto la pelle – La madre come matrice e limite
In un romanzo che fa della materia organica il proprio centro di gravità, la scelta della figura che attraversa come un filo rosso l’intera narrazione non poteva che cadere sulla madre. Non si tratta di un ritratto affettuoso o di un porto sicuro, ma di una presenza monumentale, un’ombra totalizzante che proietta il suo profilo su ogni singola interazione del protagonista.
La tesi sotterranea che Szalay sembra voler dimostrare è quasi psicanalitica, ma declinata con una brutalità biologica priva di lirismo: la mascolinità di Istvan non si forgia nelle battaglie del mondo, nel successo economico o nell’autoaffermazione virile, ma viene letteralmente modellata, e forse irrimediabilmente castrata, dalla principale figura femminile della sua vita. La madre è il primo pezzo di carne da cui Istvan si è generato, l’unico legame viscerale che resiste mentre attorno a lui le relazioni sentimentali falliscono e le altre figure femminili sfumano nella nebbia della precarietà affettiva.
L’incapacità di Istvan di essere un soggetto attivo, di prendere in mano le redini della propria esistenza, si rivela così come il riflesso diretto di questo cordone ombelicale psicologico mai veramente reciso. La sua identità si costruisce per sottrazione e per riflesso rispetto a questa figura. L’evoluzione del loro legame diventa la vera spina dorsale dell’opera, l’unico punto fermo capace di definire, anche solo per contrasto, la fragile mascolinità passiva del protagonista. Quando l’equilibrio della biologia fa il suo corso naturale e altera questo legame, l’impalcatura crolla: tolto quell’ancoraggio, Istvan si ritrova nudo e svuotato. Rimosso l’architetto della sua sottomissione, il protagonista si scopre drammaticamente solo davanti al proprio disfacimento.
Il Barocco delle Sventure, ovvero quando Szalay trucca i dadi
Arriviamo così al punto in cui il meccanismo perfetto di Szalay mostra il fianco a una critica legittima e un filo ironica: l’accumulo quasi geometrico di catastrofi. Nel tentativo di dimostrare la sua tesi sulla fragilità dell’esistenza e sull’inevitabilità della sconfitta, l’autore sembra soffrire di una sindrome da sovraccarico drammatico. Il viaggio di Istvan è un catalizzatore di rovesci di proporzioni bibliche. Crisi personali, traumi improvvisi, tracolli di status e disastri collettivi si susseguono a un ritmo tale da far sorgere un sospetto nel lettore: che Szalay abbia consultato una checklist di tutto ciò che di nefasto può capitare a un essere umano e abbia deciso di spuntare ogni singola casella per puro sadismo accademico.
Se è vero che molte di queste sventure sono accelerate dagli istinti meno nobili di Istvan — che si conferma un perfetto sabotatore di se stesso — è altrettanto vero che la quota di fatalità esterna è decisamente marcata. Il confine tra il realismo cinico e il melodramma cupo diventa sottilissimo. Quando un autore calca così tanto la mano sulla sfortuna, il lettore smette di immedesimarsi e comincia a intravedere i fili del burattinaio. Istvan cessa di essere un uomo comune inerte per trasformarsi nel sacco da boxe esistenziale di uno scrittore che ha deciso, fin dal primo capitolo, che il suo personaggio non deve avere scampo.
Questo determinismo esasperato produce un curioso corto circuito con lo stile del libro. Szalay scrive con una prosa che è un capolavoro di sottrazione: frasi asciutte, descrizioni cliniche, assenza totale di retorica o di commiserazione. Eppure, questa forma così minimalista ed elegante si trova a dover gestire una materia narrativa che, per quantità di tragedie, compete tranquillamente con il dramma classico più esasperato. Questo contrasto crea una frizione ironica: si assiste al disastro totale raccontato con il tono distaccato di chi sta leggendo un verbale tecnico.


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