Chiamarsi fuori non è la soluzione

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Nei giorni scorsi si è un po’ parlato dell’ennesima invettiva di uno dei “vecchi saggi” dell’italica cultura contro le nuove tecnologie ed in particolare contro i soliti social network. A pensar male, uno ravviserebbe in questa sequela di attacchi una serialità ben sospetta, ma non è questo il motivo per cui sto scrivendo il post. A me hanno colpito alcune delle affermazioni di Claudio Magris, che si è ritrovato iscritto su Facebook a sua insaputa (Scajola docet), e che rivendica il diritto ad una “disabilità digitale”.

I concetti sono stati ripresi anche sabato sera, in televisione a “Che Tempo Che Fa?” di Fabio Fazio, ed includono un richiamo all’articolo 20, comma 2 della Costituzione Italiana, che rivendica per qualunque individuo il diritto a non partecipare a qualsivoglia forma di associazione. Un articolo pensato e nato per evitare il ripetersi di situazioni insorte con il fascismo (tutti dovevano essere iscritti al PNF), ma che secondo Magris ben si adattano a questi che lo scrittore definisce “partiti invisibili”, quelli di Facebook e Twitter.

Secondo me la questione è un po’ sfuggita di mano allo stesso Magris. Un conto è affermare legittimamente la propria estraneità al mondo digitale:

Non so usare gli strumenti dell’universo digitale, le mie dita sono in tal senso atrofizzate come quelle di un esploratore polare assiderato.

D’altronde, come commentato anche da Massimo Mantellini:

Personalmente, non mi aspetto che tutti abbiano un impulso per superare l’ignoranza nei confronti del mondo digitale. Quel che più mi sorprende è vedere come, nonostante si sia a proprio agio nello sfruttare il mezzo televisivo a fini promozionali (ci si ricorda sempre del vituperato tubo catodico, quando bisogna vendere un libro), si faccia fatica a inquadrare i social media in un’ottica, per l’appunto, “mediatica”.

Per questo motivo, a Magris vorrei proporre alcuni punti su cui riflettere, ben consapevole che, date le premesse di cui sopra, non li leggerà mai:

  • Sui social network, qualsiasi persona “famosa” (e a volte anche chi non lo è), ha almeno un account finto che lo riproduce. Si tratta di un fenomeno che non fa piacere ai proprietari della piattaforma, visto che danneggia la loro autorevolezza nei confronti degli inserzionisti, difatti invitano gli utenti a segnalarli sistematicamente per bloccarli. E’ anche chiaro che si tratta di un eterno inseguimento, un po’ come quello della giustizia nei confronti dei malviventi.
  • Non c’è alcun obbligo a iscriversi su Facebook, Twitter o compagnia bella. Esistono, sì, delle policy di comportamento, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un’applicazione di buon senso e vivere comune. Come spesso accade nel mondo civile (e non fascista), gli utenti più attenti non lesinano critiche o proposte per i gestori.
  • Ciascuno vive i social network secondo il proprio carattere e la propria sensibilità. Un po’ come avviene in società, d’altronde. Non tutti pubblicano gattini o insulti ai politici, c’è chi fa del networking con persone che hanno interessi in comune, c’è chi auto-promuove le proprie attività, c’è chi semplicemente gestisce i rapporti con gli amici, vicini o lontani.

Un cantautore coetaneo di Magris, che è più tra noi, cantava: “La libertà è partecipazione”. Un intellettuale che si consideri ancora tale, non dovrebbe mai estraniarsi dal contesto in cui opera, dalla vita civile. E la vita civile, è ineluttabile, passa anche dai social network.

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