Erdogan e la censura, il potere dei deboli

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I potenti sembrano non imparare mai la lezione: la censura, perlomeno quella esplicita e diretta, non fa altro che incendiare gli animi delle persone. Bloccare deliberatamente tanto l’ingresso fisico, quanto l’accesso virtuale, genererà uno spontaneo effetto boomerang. L’avrà capito anche il premier turco Erdogan, non nuovo a certe azioni nei confronti dei social media, che lo scorso giovedì sera ha bloccato l’accesso a Twitter nei confini della sua nazione?

Aggrappatosi a delle sentenze del tribunale contro alcuni account che avrebbero pubblicato dei link illegali, Erdogan avrebbe sfruttato l’occasione per silenziare alcuni utenti che erano entrati in possesso di sue intercettazioni compromettenti. Con risultati quantomeno discutibili:

  • Il blocco è aggirabile: basta utilizzare DNS internazionali (ad esempio quello di Google), oppure delle VPN, oppure tweetare via SMS come suggerito dall’azienda di Jack Dorsey. Il blocco di Erdogan ha quindi scatenato una montagna di tweet provenienti dalla Turchia, e l’hashtag #TwitterisblockedinTurkey è diventato Trending Topic a livello mondiale.
  • Coprire quelle intercettazioni in periodo pre-elettorale è più importante che essere riconosciuto come un dittatore censore?

L’esempio di Erdogan dovrebbe far riflettere molti dei nostri politicanti quando si esprimono con toni censori verso i social media. Le soluzioni tout-court non esistono, i provvedimenti vanno applicati puntualmente. In un’epoca in cui gran parte dei cittadini utilizza Internet, certi servizi, ancorché privati, assumono funzione pubblica. E non possono essere trattati come se fossero il parco-giochi di alcuni nerd fancazzisti. Occorre misura, metodo e rispetto democratico. La censura è il potere dei deboli, di quelli che non hanno capito un media, non sanno controllarlo e pensano dunque di silenziarlo.

Per il resto, non posso che concordare con Massimo Mantellini, quando scrive di come certi approcci costituzionalisti (vedi Rodotà) alla Rete siano altrettanto maldestri, e di quanto ingenui siano coloro che pensano ad Internet come uno strumento puramente salvifico della democrazia. Morozov ci ha insegnato come le due cose non vadano affatto di pari passo.

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