Internet e Stato: chi controlla il controllore?

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L’ultima settimana è stata piuttosto intensa nella storia del rapporto tra Web e Istituzioni. Il non trascurabile coinvolgimento dei cittadini nella questione scaturisce in una crescente preoccupazione per la libertà individuale, una questione che con Internet non ha cessato di essere importante, anzi, ha assunto un livello d’attenzione ancor più elevato. Più lo strumento è potente, più vanno discusse le regole, in senso bidirezionale.

Dapprima abbiamo assistito alla lunga protesta (tutt’ora in corso) della popolazione turca contro il governo Erdogan, nata come un movimento contro l’abbattimento di un parco ad Istanbul (a favore di un centro commerciale), e sviluppatasi poi come una contestazione generale della direzione conservatrice che il governo sta assumendo, che pende pericolosamente verso l’Islam.

La stampa si è “svegliata” colpevolmente in ritardo su questo tema, in parte anche a causa di una gestione poco trasparente della comunicazione da parte del governo turco, tanto vago nei comunicati quanto violento nella repressione. Come spesso accade in questi casi, i social network si sono rivelati uno strumento assai efficace per “raccontare” la protesta, tanto da far compiere spontanee associazioni d’idee con quanto accaduto un paio d’anni fa durante la cosiddetta “primavera araba”.

Questi parallelismi sono stati respinti con forza da Erdogan, che non ha fatto mancare un violento attacco contro i social, ritenuti una fonte di bugie e definiti “the curse of society today” (la maledizione della società di oggi). E’ curioso notare come il premier turco abbia poi in realtà degli account social molto seguiti (due milioni di like su Facebook, due milioni e ottocentomila follower su Twitter), salvo poi scoprire come si tratti di comunicazione unilaterale (non segue nessuno e i post li pubblica il suo staff). Un social è utile quando serve per fare propaganda, diventa pericoloso quando “unisce” i manifestanti: nelle ultime ore sono stati effettuati degli arresti di persone accusate di aver organizzato la protesta via Twitter.

Negli ultimi anni sono state lanciate numerose campagne di sensibilizzazione pubblica sul fatto di fornire i propri dati privati alle grandi multinazionali tecnologiche (Google, Apple, Microsoft, ecc…). “Se non paghi, il prodotto sei tu” è la frase-simbolo di questa consapevolezza, che nasconde però l’ineluttabilità della cosa. Diverso è quanto emerso, e poi parzialmente ritrattato, riguardo lo scandalo NSA che ha investito l’amministrazione Obama.

Il governo USA “spierebbe” i cittadini accedendo ai server delle suddette multinazionali. Il “lancio” iniziale è da brividi, il ridimensionamento dei giorni successivi ha fatto intendere come in realtà le aziende abbiano firmato un accordo, sulla base del programma PRISM per la salvaguardia del Paese, affinché possano fornire, su richiesta ufficiale del governo, alcuni dati di traffico selezionati legati a persone sospette. La gravità dello scenario potenziale, anche se alleviata, appare evidente a tutti: non si tratterebbe più di essere “solo” un prodotto, bensì di essere controllati e non più “liberi” in senso stretto.

Il problema del rapporto tra Istituzioni e Internet è vecchio quanto la Rete stessa. Non è un caso che Internet sia nata in ambito militare e spionistico, per poi evolversi nel mondo della ricerca universitaria. I governi hanno preso parte marginalmente a quest’evoluzione, sopravanzati negli Anni Novanta dalle imprese private, fungendo quasi da spettatori esterni. L’impressione è che certe azioni ricordino il goffo elefante nel negozio di cristalli, dove i pezzi di vetro, potenzialmente, rappresentano i principi della democrazia.

E’ bene che questo rapporto venga aggiornato e regolamentato.

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