La fine del libro

libri-bruciati

(Questo brano è tratto da un mio intervento tenuto al seminario “Da Orwell a Facebook: il ruolo dell’autore tra distopia e realtà”, tenutosi all’interno del Festival DieciLune, il 18 Maggio 2014)

Internet sta svolgendo un ruolo centrale nella ridefinizione del concetto di mass-media. Da quando essi esistono, ovvero dalla nascita dei primi giornali, i mass-media si sono di certo evoluti, ma senza eliminarsi a vicenda. Sebbene la nascita di radio prima, e di televisione poi, possa aver tolto a libri e giornali la leadership assoluta nell’ambito della comunicazione, i media “cartacei” sono ben sopravvissuti ritagliandosi uno spazio tutto loro. Dove video e audio vincevano (e vincono) nell’immediatezza, libri e giornali mantenevano lo scettro dell’approfondimento scritto. In linea generale, sul finire del Novecento si era quindi raggiunta una sorta di equilibrio, uno stato di grazia per il quale tutti riuscivano a vivere, chi più, chi meno.

Negli anni Novanta, dunque, iniziò ad affermarsi Internet, già esistente da qualche decennio come infrastruttura in ambito militare e universitario. Le cose iniziarono a cambiare, nel mondo dell’intrattenimento e dell’informazione, perché il World Wide Web, la forma più visibile di Internet, racchiude in se alcune delle caratteristiche principali dei media già esistenti:

  • Può essere broadcast, come radio e televisione
  • Può essere unicast, come i mezzi di comunicazione telefonica
  • Può diffondere una notizia con un’immediatezza ineguagliabile
  • Può archiviare e rendere disponibili testi e contenuti con una capacità infinita e indefinita

In sintesi, Internet è un media che riesce a surrogare tutti i preesistenti. E’ sicuramente un mass media, vista l’attuale diffusione di connettività e device, anche portatili; è un personal media, perché si configura e declina in maniera differente a seconda del proprio utilizzatore.

Chi sta pagando in maniera più marcata questa rivoluzione? Radio e Televisione vivono l’inglobamento in senso passivo, notificano l’ineluttabile surroga da parte del mondo online: web-radio e canali YouTube sono la nuova dimensione entro cui questi media sopravviveranno, contenuti in un’infrastruttura che permetterà loro di continuare ad esistere secondo la forma contenutistica (in larga parte) originaria, ma rispettando le regole dell’ospite, ovvero disponibilità eterna e condivisibilità massima.

La crisi più grave è però quella relativa alla parola scritta, e ai media che la utilizzano come veicoli: libri e giornali. Quelli della carta stampata, soprattutto in Italia, sono in difficoltà da anni, stanno affrontando (male) la transazione dal cartaceo al web e al tempo stesso il ricambio generazionale che dovrebbe garantirne il completamento. Molte testate chiudono, altre sopravvivono ma tagliando drasticamente le redazioni e i costi, dato che ad oggi si può seguire un evento su Twitter, anziché con l’inviato. Il problema di revenue legato a fornire su Web contenuti gratuiti e sopravvivere di sola pubblicità è ben noto, all’Estero lo stanno prendendo di petto da tempo, in Italia come al solito si tergiversa o si fa finta di guardare dall’altra parte, in linea generale non si è ancora trovata una soluzione definitiva.

Quanto sta accadendo nell’ambito giornalistico è un po’ un vaticinio di una rivoluzione ancor più radicale di quella mediatica, ovvero quella della narrazione attraverso le parole. Attraverso il Web, quelli che una volta erano quotidiani hanno iniziato ad integrare contenuti multimediali, ad aprire delle vere e proprie TV via streaming, a ridurre sempre più le notizie fino a tramutarle in veri e propri snack, o più semplicemente in tweet.

In un contesto del genere, con le persone che passano sempre più tempo su Internet, fruendo dei suoi variegati servizi, in un mondo dove l’immediatezza è il paradigma fondante, quale può essere il ruolo del libro come media di narrazione e approfondimento? Non si tratta soltanto del classico e abusato discorso sulla transazione tra carta e digitale, la trasformazione da libro a ebook. Il focus è più essenziale: ci sarà ancora spazio per i libri, nel nostro futuro? La risposta data da Luca Sofri, qualche mese fa, è piuttosto netta.

Le persone leggono sempre meno. Non soltanto, leggono testi sempre più brevi. Internet ha cambiato il modo di approcciare ad un testo scritto. Gli occhi vagano sullo schermo, passando nei punti più significativi (la testata, gli angoli, i capoversi, eventuali grassetti…) alla ricerca delle informazioni essenziali e immediate, o anche soltanto di qualche frase, nome o citazione che attiri la loro attenzione. Anche sui blog, i post più lunghi spesso vengono letti a pezzi, o semplicemente ne vengono selezionati i brani più significativi per la lettura.

In Fahrenheit 451, Ray Bradbury immaginava un mondo distopico in cui i libri venivano bruciati, e le persone passavano il loro tempo libero, tutti uguali, tutti felici, guardando la televisione, che occupava intere pareti delle abitazioni, e che coinvolgeva interattivamente gli spettatori.

httpv://www.youtube.com/watch?v=d160eWmOrRc

I grandi autori della letteratura novecentesca usavano queste forme di narrativa proprio per mettere in guardia la società sui rischi derivanti da un’eccessiva omologazione, o dal delegare completamente il proprio pensiero sull’altare di piattaforme passivizzanti. Non è forse quello che sta proprio avvenendo ora? Una continua delega alla Tecnologia, alla Rete, senza ricordare che è proprio l’Uomo il creatore di queste forme di comunicazione.

I libri non li bruciamo, ovviamente, ma li lasciamo ammassare nel magazzino della nostra attenzione, affogati dietro forme d’intrattenimento più immediate e invasive, che ci occupano, distraendoci, l’intera giornata. Nell’epoca in cui chiunque può pubblicare grazie al self-publishing e ai costi ridotti del digitale, ci troviamo a fare i conti con un mondo in cui esistono più scrittori che lettori, senza entrare nel tortuoso discorso sulla crisi della forma-romanzo. Ormai molti autori scrivono libri soltanto per costruirsi un curriculum, più che per comunicare e diffondere un messaggio.

L’autoralità letteraria ha sempre rappresentato un caposaldo nella critica e nella formazione della cultura sociale della propria epoca. In un mondo internet-centrico, chi e come potrà dirci dove stiamo sbagliando, se la voce sarà comunque diffusa attraverso le piattaforme stesse, oggetto di critica? Avremo ancora una voce?

 

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