provocatore

Nella comunicazione i provocatori sono sempre esistiti, ben prima dell’avvento di Internet. All’epoca si annidavano tra i mass media, scrivevano editoriali al sapor di fiele, vivevano di ospitate nelle trasmissioni TV, distinguendosi per posizioni diametralmente opposte a quelle del senso comune, per essere sempre “contro” qualcosa, per litigate epocali passate alla storia del piccolo schermo. A volte si scontravano anche tra di loro, come il memorabile confronto tra Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino:

httpv://www.youtube.com/watch?v=l9HFSlPcY3U

In sintesi, i provocatori hanno sempre saputo far parlare di se stessi, e vivere del buzz generato attorno ai loro “attacchi”. Sono sempre stati pochi, riconoscibili, ben consci del proprio ruolo e abili nello sfruttarlo. L’avvento dei personal media (e dei social, in particolare) ha modificato questi rapporti, dando un microfono virtuale a ciascuno di noi, per comunicare alla nostra audience (amici, follower, lettori, ecc…). Siamo tutti una media company, in fondo, e possiamo scegliere di essere semplicemente noi stessi, oppure di essere degli hater, i provocatori dei tempi di Internet. In alcuni casi le due identità coincidono.

In fondo, abbiamo tutti una piccola componente di hater, dentro di noi. Quello spirito che ci porta a pensarla in maniera del tutto opposto a quello della stragrande maggioranza della community, quel fastidio che ci sale dentro quando leggiamo idee che non condividiamo sulle timeline dei nostri account e abbiamo il desiderio di controbattere con estrema decisione, o di pubblicare un post che provochi discussioni e dibattiti accesi.

Poi ci sono gli hater “di professione”, la versione digitale dei provocatori descritti sopra, con una audience assai più ristretta ma con spazi temporali indefiniti ed infiniti per pubblicare il proprio “odio”. Questi soggetti li riconosci subito, perché scrivono tweet, status o post esclusivamente su quello che è l’argomento del giorno, e lo fanno con toni duri, sprezzanti, pontificando come se quanto scritto sinora dagli altri fosse stupido, superficiale o semplicemente errato. Si ergono sul piedistallo indossando la spada del “non ho peli sulla lingua” e lo scudo del “dico solo quel che penso”. I contenuti che provengono dalla loro tastiera sono sempre negativi, nel senso che argomentano contro qualcosa, mai a favore. D’altronde gli elogi non attirano (quasi) mai l’occhio…

E’ facile che queste persone, o sarebbe più corretto e subdolo parlare di “profili”, cadano in contraddizione. Magari un giorno esaltano un brand o un prodotto e qualche tempo dopo, accorgendosi che lo fanno anche gli altri, si giocano la carta del “bastian contrario” per rinfocolare gli animi. Per quanto patetico possa sembrare questo modo di fare, esso ottiene quasi sempre, in proporzione alla visibilità del profilo, un feedback che nell’ottica di chi si è costruito il personaggio è positivo: una montagna d’interazioni sui social, visite e commenti sui blog, un buzz continuo che, sebbene non significhi automaticamente dei guadagni monetari o di altro genere, gratifica comunque l’ego dell’hater, in una sorta di personal branding un po’ particolare.

Perché in fondo, così come siamo tutti un po’ hater, a tutti noi piace commentare i post degli hater. Prima o poi arriva sempre il momento in cui l’hater ti attacca il tuo attore/politico/smartphone preferito, e non puoi proprio fare a meno di rispondere…